Monsignor Domenico Pompili, direttore dell'Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, all'incontro per i direttori degli uffici diocesani e gli incaricati regionali del settore. «Con Papa Francesco la comunicazione è diretta e sembra saltare la mediazione degli esperti per giungere senza filtri alla gente. Sembrerebbe la fine del lavoro giornalistico e invece è forse la spia di un modo nuovo di lavorare»

di Maria Michela NICOLAIS

monsignor Domenico Pompili

A 50 anni dall’Inter Mirifica, siamo di fronte «a un cambio d’epoca, non a un’epoca di cambiamenti», come dimostra la rivoluzione dei media digitali: allora come oggi, però, gli strumenti della comunicazione sociale non sono «un fatto tecnico, ma una questione antropologica, dove la variabile umana appare decisiva». Un esempio per tutti: Papa Francesco, il cui segreto «non sta nell’assunzione di strategie comunicative particolari, ma nell’eloquenza della sua testimonianza personale». A tracciare un ampio affresco su come è cambiata la comunicazione ecclesiale nell’ultimo mezzo secolo è stato monsignor Domenico Pompili, direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della Cei, aprendo l’incontro per i direttori degli uffici diocesani e gli incaricati regionali del settore. L’incontro è stato anche l’occasione per presentare la terza revisione del corso Anicec per animatori della cultura e della comunicazione (www.anicec.it), a cui da quest’anno ci si può iscrivere in ogni momento, modulando on line la frequenza delle lezioni e degli esami.

Comunicare senza filtri

Con Papa Francesco, ha osservato monsignor Pompili, «la comunicazione è diretta e sembra saltare la mediazione degli esperti per giungere senza filtri alla gente. Sembrerebbe la fine del lavoro giornalistico e invece è forse la spia di un modo nuovo di lavorare, ispirato a un modello più relazionale». Di qui la necessità, per i media, di adottare il «paradigma relazionale», che «è incentrato sulla dignità della persona, dignità che la rende soggetto del diritto all’informazione e alla verità». Un «modello», questo, che «parte da una concezione del giornalismo inteso come servizio di pubblico interesse, finalizzato a stimolare l’agire libero dei cittadini». Nell’era dei social media, in altre parole, bisogna operare per «la costruzione di un’opinione pubblica che faccia crescere il protagonismo, in primo luogo dei laici, e si allontani da certa modalità informativa che, con eccessiva disinvoltura assume i toni del gossip e della polemica, o l’intransigenza rigida dell’ideologia».

Informare piuttosto che apparire

«Non c’interessa colpire i media, ma capire i giornalisti ed essere capiti dai giornalisti», ha sintetizzato monsignor Pompili, secondo il quale quello relazionale è «un modello equilibrato il cui principale obiettivo è quello d’informare rigorosamente piuttosto che apparire». Ai comunicatori cattolici «ciò che veramente interessa è che ogni apparizione sui media serva ad aumentare la comprensione reciproca: non c’è nel modello bidirezionale l’ansia di comparire a ogni costo. Ogni intervento è soppesato per il suo valore e la sua efficacia nel contesto di una relazione a lungo termine». In questa prospettiva, «l’attività di comunicazione delle istituzioni, Chiesa compresa, è utile a fornire criteri d’interpretazione e orientamento, per favorire le scelte delle persone».

A servizio della gente

«Nello spazio pubblico la comunicazione ecclesiale deve essere a servizio della gente e così renderà un contributo anche alla società nel suo insieme». Monsignor Pompili è partito da questa affermazione, per assegnare ai direttori Ucs il compito di «alimentare e formare l’opinione pubblica». «Predominio del pensare sull’azione; priorità della relazione sul risultato; lavoro strutturale e a lunga scadenza». Queste le tre indicazioni ai comunicatori cattolici, esortati a guardarsi dal «protagonismo» e a «creare percorsi, più che occupare spazi». «Non è tanto importante quanto si ottiene dai media, quanto quello che si è offerto», ha detto monsignor Pompili, che ha invitato i direttori degli Ucs a «creare rapporti stabili tra tutti gli operatori della comunicazione» del loro territorio e a «coltivare lo sforzo di un pensiero che per non essere formattato deve concedersi spazi di riflessione», in modo da «evitare il prèt-à-porter, tanto seducente quanto inefficace».

Comunicare è condividere

Papa Francesco «non si lascia intimorire dalle grandi distanze, e ci ha consegnato un compito fondamentale rispetto allo spazio: uscire, andare verso le periferie, verso chi è nella sofferenza, verso i lontani; e avvicinare, ridurre le distanze, abbracciare». Altra dimensione rivoluzionata dal Papa, quella del tempo: «Con le sue catechesi quotidiane a Santa Marta e l’Angelus domenicale – ha detto Pompili – Papa Francesco ci restituisce un ritmo comune che accompagna, scandisce e risacralizza il tempo ordinario così come l’evento straordinario». Per Papa Francesco, in una parola, «comunicare è condividere», anche valorizzando la dimensione digitale, che «non esclude, ma anzi potenzia l’incontro», come dimostra il successo dei suoi tweet.

Ripensare il lavoro

«In questa stagione segnata dall’evoluzione digitale della specie e da un magistero che rilancia la priorità della relazione sui contenuti, c’è spazio e motivazione per ripensare il lavoro dell’Ufficio per le comunicazioni sociali?». A questa domanda di monsignor Pompili hanno cercato di rispondere i direttori degli Ucs. Da don Giorgio Zucchelli, della diocesi di Crema, è venuta la proposta di una «comunicazione integrata», all’interno e all’esterno delle diocesi; per «camminare con gli altri partendo da noi stessi», ha aggiunto Chiara Genisio, della diocesi di Torino. «Noi formiamo informando», ha ricordato Francesco Zanotti, della diocesi di Cesena-Sarsina, mentre Antonio Chimenti, della diocesi di Monreale, si è chiesto quante diocesi abbiano fatto «un piano a lungo termine» per la comunicazione.

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