Si è svolto giovedì 5 marzo in Università Cattolica il primo di una serie di incontri, organizzati in collaborazione con l'Università degli Studi, sul ruolo che i media possono svolgere per accrescere la credibilità delle istituzioni

Stefania CECCHETTI
Redazione

Quanta fiducia ripongono ancora gli italiani nella politica? E come la comunicazione può contribuire a costruire questa fiducia? Sono alcune delle domande al centro del Convegno “Comunicare la fiducia. Strategie e proposte per la politica”, svoltosi in Università Cattolica giovedì 5 marzo.
Si parla sempre di disaffezione alla politica e di crollo della fiducia nelle istituzione. Eppure a guardare i dati statistici presentati da Nando Pagnoncelli, amministratore delegato di Ipsos, a sfiducia nelle istituzioni si è mantenuta su valori comparabili negli ultimi tre anni: il picco negativo si ha nel giugno 2007, quando i “molto sfiduciati” erano il 29,6%, mentre oggi sono il 26,1%. A “tenere” di più sono le istituzioni di garanzia e tutela (Authority, Polizia e carabinieri, Forze armate).
La fascia di età in cui si trovano i più pessimisti è quella tra i 25 e i 34 anni, e non stupisce visto che il problema che assilla di più gli italiani è proprio quello del lavoro, la preoccupazione attualmente principale per il 69% della popolazione (mentre a sorpresa la paura per la criminalità scende dal 44% al 32%). Eppure, la ricerca evidenzia come la crisi economica sia vissuta con timore ma senza panico: la crisi è vissuta come provvisoria e la maggior parte delle persone (49%) crede che fra tre anni il Paese sarà migliore. Quanta fiducia ripongono ancora gli italiani nella politica? E come la comunicazione può contribuire a costruire questa fiducia? Sono alcune delle domande al centro del Convegno “Comunicare la fiducia. Strategie e proposte per la politica”, svoltosi in Università Cattolica giovedì 5 marzo.Si parla sempre di disaffezione alla politica e di crollo della fiducia nelle istituzione. Eppure a guardare i dati statistici presentati da Nando Pagnoncelli, amministratore delegato di Ipsos, a sfiducia nelle istituzioni si è mantenuta su valori comparabili negli ultimi tre anni: il picco negativo si ha nel giugno 2007, quando i “molto sfiduciati” erano il 29,6%, mentre oggi sono il 26,1%. A “tenere” di più sono le istituzioni di garanzia e tutela (Authority, Polizia e carabinieri, Forze armate).La fascia di età in cui si trovano i più pessimisti è quella tra i 25 e i 34 anni, e non stupisce visto che il problema che assilla di più gli italiani è proprio quello del lavoro, la preoccupazione attualmente principale per il 69% della popolazione (mentre a sorpresa la paura per la criminalità scende dal 44% al 32%). Eppure, la ricerca evidenzia come la crisi economica sia vissuta con timore ma senza panico: la crisi è vissuta come provvisoria e la maggior parte delle persone (49%) crede che fra tre anni il Paese sarà migliore. Nell’era del marketing politico Secondo Pagnoncelli, insomma, è finita la fase acuta dell’antipolitica. Ai governanti di oggi si rimproverano i privilegi e si chiede soprattutto che si dimostrino capaci di dare risposte concrete ai problemi del Paese. Ma quanto il giudizio sull’operato dei politici viene influenzato dai media? Secondo Antonio Calmieri, responsabile della comunicazione di Forza Italia, il Popolo delle Libertà ha avuto il merito di sdoganare il “marketing politico”, «tanto demonizzato all’inizio e oggi usato da tutti» e la personalizzazione della politica, che tuttavia «non deve oltrepassare certi limiti».E sulla personalizzazione è intervenuta anche Maria Latella, direttrice di “A”, che ha citato il caso Obama, che avrebbe vinto le elezioni «perché è sembrato autentico». A portarlo alla Casa Bianca sarebbero state le lacrime, vere, della moglie Michelle sul palco della Convention democratica di Denver, mentre la gelida competenza politica della rivale Hillary Clinton si sarebbe dimostrata fallimentare. La fine del “pastone” Tuttavia, secondo Latella, è molto difficile per un cronista oggi decifrare l’autenticità dei messaggi politici: «All’inizio i giornalisti trattavano le famose “gaffes” come appunto clamorosi errori. Poi abbiamo capito che si tratta di dichiarazioni studiate attentamente». Come la famosa uscita del 1993, davanti a un supermercato a Casalecchio di Reno: “Se fossi a Roma voterei Fini”, che secondo la giornalista ha cambiato al politica italiana.Pur nella difficoltà, Latella pensa comunque che ai giornalisti politici oggi si debba chiedere che interpretino i fatti con autorevolezza e accuratezza: «E questo vuol dire, ancora aggi, quando il “pastone politico” ha lasciato il posto ai talk show, leggere, studiare, verificare tutte le notizie». Le ragioni del consenso Secondo Francesco Verducci, responsabile della comunicazione on-line del Partito democratico invece, le ragioni del consenso sono più complesse e non stanno solo nel carisma del leader ma anche «nella capacità relazionale della politica, nella sua possibilità di radicarsi e dialogare con il territorio, di ascoltare i problemi».Insomma, per Verducci è ancora possibile pensare a una partecipazione della gente alle questioni di cittadinanza. Una possibilità in cui ha poca fiducia Fausto Colombo, ordinario di teoria e tecnica dei media in Cattolica, convinto che la spettacolarizzazione della politica – che non è nata con Berlusconi come molti vogliono credere – abbia sostituito la partecipazione.La tv al posto delle piazze, tanto per capirci. Ma questa non è più solo l’era della televisione. Viviamo nell’epoca di Internet, anzi di Facebook. E secondo Verducci la rete ha una grande potenzialità e può facilitare anche la riscoperta di una partecipazione politica dei cittadini, come la campagna elettorale di Obama ha ampiamente dimostrato.

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