Un nuovo decalogo per l'informazione sportiva: servirà?

Marco DERIU
Redazione

C’è il timbro istituzionale del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti sul Decalogo del giornalismo sportivo recentemente approvato dal massimo organismo della categoria. Chissà se questo basterà a dare una svolta al modo di fare informazione sportiva, che nel caso italiano non è da citare a modello. Lettori, spettatori e radioascoltatori cominciano a essere un po’ stufi della concitazione, dell’innalzamento dei toni e della scarsa professionalità che molti giornalisti sportivi esibiscono quotidianamente.
C’è voluta la vicenda di “Calciopoli” per indurre la categoria a darsi una regolata, con un documento che – recita la premessa – nasce dalla necessità di definire norme di comportamento «in particolare per le possibili conseguenze che l’informazione sugli avvenimenti sportivi, specie se caratterizzata da enfasi o drammatizzazioni, può concorrere a provocare». Peccato che se ne siano accorti soltanto adesso; in ogni caso ben venga un codice di autoregolamentazione sulla materia. Ma le speranze di novità sono destinate a essere deluse.
Il documento, infatti, non dice quasi nulla che non sia già contenuto nella Carta dei doveri del giornalista, della quale ripete pari pari molti passaggi, a partire dall’articolo 1: «Il giornalista sportivo riferisce correttamente, cioè senza alterazioni e omissioni che ne modifichino il vero significato, le informazioni di cui dispone». Ma questo dovrebbe essere un obbligo di qualunque giornalista, non soltanto di chi fa informazione sportiva. Anche gli articoli 2 e 3 citano obblighi già in essere, affermando che non devono essere realizzati articoli o servizi che possano procurare profitti personali, così come si «devono rifiutare trattamenti di favore, rimborsi spese, viaggi vacanze o elargizioni varie da enti, società, dirigenti». Ci mancherebbe altro…
La parte più interessante riguarda gli articoli riferiti alla condotta da tenere durante gli avvenimenti sportivi: deve essere «irreprensibile», rispettare la dignità di tutti i soggetti coinvolti, evitare di favorire qualunque atteggiamento che possa provocare incidenti, atti di violenza o violazioni di leggi da parte del pubblico o dei tifosi.
E come non pensare alla violenza verbale su cui si costruiscono la maggior parte delle trasmissioni televisive dedicate al calcio, in cui il conduttore aizza l’una contro l’altra le tifoserie opposte, analizza insieme al moviolista di turno gli errori degli arbitri, dà ampio risalto alla polemica in studio a beneficio dell’audience, sollecita il pubblico chiamandolo a parteggiare per l’uno o per l’altro? I giornalisti sanno che il problema esiste e gli hanno dedicato l’articolo 9: «Il giornalista sportivo conduttore di programma si dissocia immediatamente, in diretta, da atteggiamenti minacciosi, scorretti, litigiosi, che provengano da ospiti, colleghi, protagonisti interessati all’avvenimento, interlocutori telefonici, via internet o sms». Belle parole, ma sono proprio i padroni di casa ad agire esattamente all’opposto. Senza contare che nella maggior parte dei casi gli ospiti rissosi e attaccabrighe sono anch’essi giornalisti (sportivi) e quindi dovrebbero essere tenuti agli stessi obblighi. Se questa norma dovesse essere rispettata alla lettera, i programmi sul calcio che vanno per la maggiore dovrebbero chiudere i battenti.
Insomma, il documento appare una mera dichiarazione di intenti di scarsa efficacia attuativa. Anche perché, a differenza di altre carte deontologiche che sanciscono gli obblighi della categoria, nel Decalogo del giornalismo sportivo non viene fatto riferimento a eventuali sanzioni per chi non rispetti le regole. C’è il timbro istituzionale del Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti sul Decalogo del giornalismo sportivo recentemente approvato dal massimo organismo della categoria. Chissà se questo basterà a dare una svolta al modo di fare informazione sportiva, che nel caso italiano non è da citare a modello. Lettori, spettatori e radioascoltatori cominciano a essere un po’ stufi della concitazione, dell’innalzamento dei toni e della scarsa professionalità che molti giornalisti sportivi esibiscono quotidianamente.C’è voluta la vicenda di “Calciopoli” per indurre la categoria a darsi una regolata, con un documento che – recita la premessa – nasce dalla necessità di definire norme di comportamento «in particolare per le possibili conseguenze che l’informazione sugli avvenimenti sportivi, specie se caratterizzata da enfasi o drammatizzazioni, può concorrere a provocare». Peccato che se ne siano accorti soltanto adesso; in ogni caso ben venga un codice di autoregolamentazione sulla materia. Ma le speranze di novità sono destinate a essere deluse.Il documento, infatti, non dice quasi nulla che non sia già contenuto nella Carta dei doveri del giornalista, della quale ripete pari pari molti passaggi, a partire dall’articolo 1: «Il giornalista sportivo riferisce correttamente, cioè senza alterazioni e omissioni che ne modifichino il vero significato, le informazioni di cui dispone». Ma questo dovrebbe essere un obbligo di qualunque giornalista, non soltanto di chi fa informazione sportiva. Anche gli articoli 2 e 3 citano obblighi già in essere, affermando che non devono essere realizzati articoli o servizi che possano procurare profitti personali, così come si «devono rifiutare trattamenti di favore, rimborsi spese, viaggi vacanze o elargizioni varie da enti, società, dirigenti». Ci mancherebbe altro…La parte più interessante riguarda gli articoli riferiti alla condotta da tenere durante gli avvenimenti sportivi: deve essere «irreprensibile», rispettare la dignità di tutti i soggetti coinvolti, evitare di favorire qualunque atteggiamento che possa provocare incidenti, atti di violenza o violazioni di leggi da parte del pubblico o dei tifosi.E come non pensare alla violenza verbale su cui si costruiscono la maggior parte delle trasmissioni televisive dedicate al calcio, in cui il conduttore aizza l’una contro l’altra le tifoserie opposte, analizza insieme al moviolista di turno gli errori degli arbitri, dà ampio risalto alla polemica in studio a beneficio dell’audience, sollecita il pubblico chiamandolo a parteggiare per l’uno o per l’altro? I giornalisti sanno che il problema esiste e gli hanno dedicato l’articolo 9: «Il giornalista sportivo conduttore di programma si dissocia immediatamente, in diretta, da atteggiamenti minacciosi, scorretti, litigiosi, che provengano da ospiti, colleghi, protagonisti interessati all’avvenimento, interlocutori telefonici, via internet o sms». Belle parole, ma sono proprio i padroni di casa ad agire esattamente all’opposto. Senza contare che nella maggior parte dei casi gli ospiti rissosi e attaccabrighe sono anch’essi giornalisti (sportivi) e quindi dovrebbero essere tenuti agli stessi obblighi. Se questa norma dovesse essere rispettata alla lettera, i programmi sul calcio che vanno per la maggiore dovrebbero chiudere i battenti.Insomma, il documento appare una mera dichiarazione di intenti di scarsa efficacia attuativa. Anche perché, a differenza di altre carte deontologiche che sanciscono gli obblighi della categoria, nel Decalogo del giornalismo sportivo non viene fatto riferimento a eventuali sanzioni per chi non rispetti le regole.

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