La scomparsa del re del pop ha scatenato una fortissima reazione emotiva in tutto il mondo, evidenziando ulteriormente quella dicotomia tra vita e palco che ha caratterizzato la sua esistenza

Marco DERIU
Redazione

Rarissimamente capita che un evento scateni una reazione popolare a livello globale, chiamando in piazza centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo in luoghi lontanissimi l’uno dall’altro. Non c’è riuscita la protesta in corso in Iran, neppure il colpo di Stato in Honduras, né alcuna delle molte e drammatiche crisi umanitarie in corso (Somalia, Myanmar, Etiopia, Pakistan, Zimbabwe, Sudan…) e nemmeno la situazione economica e finanziaria critica dovunque. A far levare all’unisono le voci di moltissimi individui, sconosciuti l’uno all’altro, è stata la morte di Michael Jackson.
La notizia del decesso ha provocato un’isteria di massa: migliaia di fans si sono riversati in pubblico per partecipare a veglie, commemorazioni, ritrovi canori, riversando fiumi di lacrime mentre continuavano a scandire «Michael, Michael, Michael…». Come se fosse morto un loro fratello, un congiunto, l’amico del cuore. Invece è stato soltanto un personaggio di spettacolo, capace di costruire un impero grazie alle sue doti di “animale da palcoscenico”, che nella realtà è stato un uomo insicuro e problematico, agitato da continua instabilità psicologica, dipendente dagli psicofarmaci, finto re di un mondo di cui era diventato letteralmente schiavo.
Che gli showmen conducano esistenze ben diverse da quelle delle persone comuni è un dato di fatto, ma nel caso di “Jacko” la dicotomia fra vita e palco è stata assoluta. Sembrava esistere soltanto nei panni della maschera di se stesso, sotto i riflettori, con un microfono in mano e di fronte a un pubblico in delirio.
Tanto virtuale è stata l’esistenza di Michael Jackson, quanto reali sono le lacrime che abbiamo visto scorrere sui volti dei molti che si sono uniti nel rimpiangerlo. Un vero e proprio paradosso, rafforzato dall’aura di mistero che da subito ha avvolto le circostanze della sua morte, dando origine a una serie di ipotesi più o meno fantasiose. È l’aspetto negativo della tendenza alla mitizzazione che i mezzi di comunicazione producono interessandosi di qualcuno, soprattutto quando se ne può raccontare la vicenda umana attingendo a piene mani ai registri della fiction e del racconto romanzesco. Alcune fra le poche immagini recentemente filtrate dalla spessa cortina che avvolgeva la sua esistenza lo avevano mostrato debole e seduto su una sedia a rotelle, mascherato come sempre contro gli occhi del mondo e impegnato a nascondere anche il volto.
Riccardo Muti, commentando la notizia della morte, ha affermato: «È una lezione che ci fa riflettere sulla ricerca della bellezza e della giovinezza a tutti i costi. La sua vita è la dimostrazione che il successo non è necessariamente fonte di felicità». Rarissimamente capita che un evento scateni una reazione popolare a livello globale, chiamando in piazza centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo in luoghi lontanissimi l’uno dall’altro. Non c’è riuscita la protesta in corso in Iran, neppure il colpo di Stato in Honduras, né alcuna delle molte e drammatiche crisi umanitarie in corso (Somalia, Myanmar, Etiopia, Pakistan, Zimbabwe, Sudan…) e nemmeno la situazione economica e finanziaria critica dovunque. A far levare all’unisono le voci di moltissimi individui, sconosciuti l’uno all’altro, è stata la morte di Michael Jackson.La notizia del decesso ha provocato un’isteria di massa: migliaia di fans si sono riversati in pubblico per partecipare a veglie, commemorazioni, ritrovi canori, riversando fiumi di lacrime mentre continuavano a scandire «Michael, Michael, Michael…». Come se fosse morto un loro fratello, un congiunto, l’amico del cuore. Invece è stato soltanto un personaggio di spettacolo, capace di costruire un impero grazie alle sue doti di “animale da palcoscenico”, che nella realtà è stato un uomo insicuro e problematico, agitato da continua instabilità psicologica, dipendente dagli psicofarmaci, finto re di un mondo di cui era diventato letteralmente schiavo.Che gli showmen conducano esistenze ben diverse da quelle delle persone comuni è un dato di fatto, ma nel caso di “Jacko” la dicotomia fra vita e palco è stata assoluta. Sembrava esistere soltanto nei panni della maschera di se stesso, sotto i riflettori, con un microfono in mano e di fronte a un pubblico in delirio.Tanto virtuale è stata l’esistenza di Michael Jackson, quanto reali sono le lacrime che abbiamo visto scorrere sui volti dei molti che si sono uniti nel rimpiangerlo. Un vero e proprio paradosso, rafforzato dall’aura di mistero che da subito ha avvolto le circostanze della sua morte, dando origine a una serie di ipotesi più o meno fantasiose. È l’aspetto negativo della tendenza alla mitizzazione che i mezzi di comunicazione producono interessandosi di qualcuno, soprattutto quando se ne può raccontare la vicenda umana attingendo a piene mani ai registri della fiction e del racconto romanzesco. Alcune fra le poche immagini recentemente filtrate dalla spessa cortina che avvolgeva la sua esistenza lo avevano mostrato debole e seduto su una sedia a rotelle, mascherato come sempre contro gli occhi del mondo e impegnato a nascondere anche il volto.Riccardo Muti, commentando la notizia della morte, ha affermato: «È una lezione che ci fa riflettere sulla ricerca della bellezza e della giovinezza a tutti i costi. La sua vita è la dimostrazione che il successo non è necessariamente fonte di felicità».

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