Ha detto un giorno il santo curato d'Ars che chi passa accanto a un Santo è come se passasse accanto a Dio. Mi sono chiesto se nella mia vita mi è capitato di frequentare qualche santo. Credo di essere davvero fortunato, perché Dio l'ho incontrato in alcuni sacerdoti, che hanno segnato la mia vita

di Vittorio CHIARI
Redazione Diocesi

Di qualche sacerdote ho anche scritto: Servi di Dio e anche un Venerabile. Altri rimarranno anonimi, pur avendo dato molto alla Chiesa: in oratorio, tra i poveri, in confessionale, sul letto del dolore. Di questi vorrei parlare perché è un’esperienza comune a tanti di noi: se abbiamo conservato la fede, se abbiamo fatto scelte importanti nella vita, in famiglia o nella vita religiosa, nella via del sacerdozio, lo dobbiamo a loro, che sono stati alter Christus nella Chiesa e nella società. Non sono segnati in nessun libro della devozione popolare, neppure nel “martirologio romano”, una sorta di anagrafe dei santi dichiarati tali dal Papa, ma sono registrati nel libro di Dio. Non hanno operato dei miracoli e neppure hanno avuto posti di privilegio: hanno prestato servizio alla gente, ai giovani, agli ultimi, l’unico vero privilegio riservato ai sacerdoti della Chiesa.
Mio padre, che non ho mai visto in chiesa, quando è giunto il momento di varcare la soglia della vita, si è confessato da un prete, che aveva sempre la veste sporca, perché lavorava la terra come i contadini! Era diventato il prete dei morenti, che avevano vissuto lontano dalla Chiesa, che lo mandavano a chiamare per una preghiera finale: “E’ uno dei nostri” dicevano. Lo stimavano e lo accoglievano perché povero, umile, sempre pronto a visitare gli ammalati, anche se qualche volta un bicchiere in più lo rendeva simile ai contadini ed operai, che si consolavano delle fatiche, frequentando l’osteria.
Don Luigi lo hanno chiamato “la visita di Dio alla città”. Aveva una veste con tasche larghe, fatte cucire apposta larghe, perché dentro ci doveva stare di tutto: dal piccolo premio all’immaginetta della Madonna. Sua caratteristica: sempre in mezzo ai ragazzi in oratorio con una bontà che rasentava la bonomia, talvolta ingenua, di si chi lasciava imbrogliare. Prete in cortile e prete in confessionale: più di venti suoi ragazzi sono preti oggi, uno è stato eletto Rettore Maggiore dei Salesiani, ottavo successore di don Bosco.
E i tre “guerriglieri”? Don Remo, don Tone e don Elio! Si erano conosciuti da ragazzi, tutti e tre vivaci, quasi da “cartellino rosso” in seminario. Tutti e tre in missione: in Bolivia, in Ecuador, in Etiopia. Tutti e tre morti sui quarant’anni, consumati dal lavoro generoso tra i poveri. Li univa la passione per i giovani ma anche la risata squillante, che contagiava le persone, le stesse autorità civili alle quali spesso si rivolgevano per difendere i diritti degli oppressi, degli sfruttati.
Don Daniele! Dove è stato sepolto, si snoda un sentiero tracciato dalle centinaia di ragazzi e giovani, che lo visitano, lo invocano, lo sento modello di vita. L’hanno ucciso per soldi: aveva preso il posto di una volontaria, che volevano rapire a scopo di ricatto. La sua offerta concludeva una vita di carità, di amore vissuto giorno per giorno nella fedeltà al sacerdozio, all’essere segno della bontà e della umanità di Gesù Cristo tra gli uomini, assetati di bontà e di umanità, forse anche senza saperlo, dagli stessi che rifiutano il prete, la Chiesa.
E’ solo un breve di quanti ho conosciuto, una lista che ognuno potrebbe completare con i nomi dei suoi amici preti che lo hanno portato a vivere l’amore a Dio, alla gente, alla propria famiglia e alla comunità più grande, la società, il mondo intero, al di là di ogni confine.
Personalmente vorrei ricordare i preti d’oratorio, quelli che ce l’hanno nel sangue, con il Dna sicuro garantito “oratoriale”, come alcuni chiamano: è una generazione che non deve passare, soprattutto negli anni più belli del crescere dei ragazzi e della ragazze, dei giovani! Sono loro che fanno gustare le prime esperienze di Dio, della vita di gruppo, le proposte forti di servizio, la gioia di essere Chiesa.
Sarò un romantico ma quest’anno più volte ho invocato don Gnocchi – che ricchezza i suoi scritti sull’educazione! – perché dia ad ogni sacerdote giovane il coraggio dell’immersione nel mondo dei ragazzi per aiutarli ad incontrare Dio, Gesù Cristo. Ho pure sognato una “legione” di Oblati dell’Oratorio per dare continuità educativa e formativa agli oratori delle nostre periferie, nei luoghi a rischio… Non sarò a Roma a conclusione delI’anno sacerdotale ma sono davvero contento lo stesso di essere prete per le cose grandi che ho vissuto accanto a tanti miei confratelli nel sacerdozio! Di qualche sacerdote ho anche scritto: Servi di Dio e anche un Venerabile. Altri rimarranno anonimi, pur avendo dato molto alla Chiesa: in oratorio, tra i poveri, in confessionale, sul letto del dolore. Di questi vorrei parlare perché è un’esperienza comune a tanti di noi: se abbiamo conservato la fede, se abbiamo fatto scelte importanti nella vita, in famiglia o nella vita religiosa, nella via del sacerdozio, lo dobbiamo a loro, che sono stati alter Christus nella Chiesa e nella società. Non sono segnati in nessun libro della devozione popolare, neppure nel “martirologio romano”, una sorta di anagrafe dei santi dichiarati tali dal Papa, ma sono registrati nel libro di Dio. Non hanno operato dei miracoli e neppure hanno avuto posti di privilegio: hanno prestato servizio alla gente, ai giovani, agli ultimi, l’unico vero privilegio riservato ai sacerdoti della Chiesa.Mio padre, che non ho mai visto in chiesa, quando è giunto il momento di varcare la soglia della vita, si è confessato da un prete, che aveva sempre la veste sporca, perché lavorava la terra come i contadini! Era diventato il prete dei morenti, che avevano vissuto lontano dalla Chiesa, che lo mandavano a chiamare per una preghiera finale: “E’ uno dei nostri” dicevano. Lo stimavano e lo accoglievano perché povero, umile, sempre pronto a visitare gli ammalati, anche se qualche volta un bicchiere in più lo rendeva simile ai contadini ed operai, che si consolavano delle fatiche, frequentando l’osteria.Don Luigi lo hanno chiamato “la visita di Dio alla città”. Aveva una veste con tasche larghe, fatte cucire apposta larghe, perché dentro ci doveva stare di tutto: dal piccolo premio all’immaginetta della Madonna. Sua caratteristica: sempre in mezzo ai ragazzi in oratorio con una bontà che rasentava la bonomia, talvolta ingenua, di si chi lasciava imbrogliare. Prete in cortile e prete in confessionale: più di venti suoi ragazzi sono preti oggi, uno è stato eletto Rettore Maggiore dei Salesiani, ottavo successore di don Bosco.E i tre “guerriglieri”? Don Remo, don Tone e don Elio! Si erano conosciuti da ragazzi, tutti e tre vivaci, quasi da “cartellino rosso” in seminario. Tutti e tre in missione: in Bolivia, in Ecuador, in Etiopia. Tutti e tre morti sui quarant’anni, consumati dal lavoro generoso tra i poveri. Li univa la passione per i giovani ma anche la risata squillante, che contagiava le persone, le stesse autorità civili alle quali spesso si rivolgevano per difendere i diritti degli oppressi, degli sfruttati.Don Daniele! Dove è stato sepolto, si snoda un sentiero tracciato dalle centinaia di ragazzi e giovani, che lo visitano, lo invocano, lo sento modello di vita. L’hanno ucciso per soldi: aveva preso il posto di una volontaria, che volevano rapire a scopo di ricatto. La sua offerta concludeva una vita di carità, di amore vissuto giorno per giorno nella fedeltà al sacerdozio, all’essere segno della bontà e della umanità di Gesù Cristo tra gli uomini, assetati di bontà e di umanità, forse anche senza saperlo, dagli stessi che rifiutano il prete, la Chiesa.E’ solo un breve di quanti ho conosciuto, una lista che ognuno potrebbe completare con i nomi dei suoi amici preti che lo hanno portato a vivere l’amore a Dio, alla gente, alla propria famiglia e alla comunità più grande, la società, il mondo intero, al di là di ogni confine.Personalmente vorrei ricordare i preti d’oratorio, quelli che ce l’hanno nel sangue, con il Dna sicuro garantito “oratoriale”, come alcuni chiamano: è una generazione che non deve passare, soprattutto negli anni più belli del crescere dei ragazzi e della ragazze, dei giovani! Sono loro che fanno gustare le prime esperienze di Dio, della vita di gruppo, le proposte forti di servizio, la gioia di essere Chiesa.Sarò un romantico ma quest’anno più volte ho invocato don Gnocchi – che ricchezza i suoi scritti sull’educazione! – perché dia ad ogni sacerdote giovane il coraggio dell’immersione nel mondo dei ragazzi per aiutarli ad incontrare Dio, Gesù Cristo. Ho pure sognato una “legione” di Oblati dell’Oratorio per dare continuità educativa e formativa agli oratori delle nostre periferie, nei luoghi a rischio… Non sarò a Roma a conclusione delI’anno sacerdotale ma sono davvero contento lo stesso di essere prete per le cose grandi che ho vissuto accanto a tanti miei confratelli nel sacerdozio!

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