Voluto da Paolo VI come strumento culturale comune per i cattolici italiani, nacque dalla fusione di "Avvenire d'Italia" e de "L'Italia" di Milano. Nella sua storia ha mantenuto sempre questa specificità e, negli ultimi anni, ha ampliato l'attenzione alla società civile, divenendo foglio irrinunciabile nel confronto delle opinioni e nella verifica dell'informazione


Redazione

07/05/2008

di Dino BOFFO
Direttore di Avvenire

Qual è il senso della scelta di Milano come sede del prossimo convegno dei comunicatori diocesani di tutta Italia? Certo, quello di onorare la città che più delle altre, e più della stessa Roma, ha titolo per essere la capitale dell’informazione. E poi, sicuramente, anche quello di sottolineare il valore che la Chiesa ambrosiana ha sullo stesso fronte della comunicazione, l’esuberanza delle sue esperienze, la ricchezza delle intuizioni che, nel corso per esempio degli ultimi decenni, da qui sono rimbalzate alle comunità locali del Paese, e talora anche oltre i confini nazionali.

Ma non credo che sia estranea alla scelta di Milano la volontà di far festa – e proprio nella sua città natale – al quotidiano nazionale dei cattolici, che proprio quest’anno compie i suoi primi 40 anni. E infatti sarà l’occasione per rivisitare le ragioni che in un certo momento hanno consentito ad Avvenire di nascere e di attecchire, dipanando da Milano la sua rete di collegamenti rispetto al cattolicesimo nazionale come all’informazione tutta.

Ma non sarà una celebrazione retorica, non potendosi oggi concepire, specie sulla frontiera più disinibita dei media, i discorsi gonfi di autoreferenzialità e quelli fatui dell’autocelebrazione. Di ben altro infatti c’è bisogno. Per questo èstato scelto il tema dello “sguardo quotidiano”, che è come dire l’attitudine – propria di ogni credente – di essere attenti alla prossimità, di coltivare una curiosità inesausta sul mondo, di andare a guardare anche ciò che altri non curano di vedere.

È a partire da questo sguardo che un giorno ha preso vita Avvenire, e solo in forza sempre di questo sguardo il giornale continua a vivere.

Non era scontato che proprio nel cruciale 1968, in una nazione che si scoprirà presto sotto tiro, nascesse il primo quotidiano nazionale dei cattolici. E proprio in quel momento scaturisse alla confluenza di preesistenti testate, per superarle in una sintesi di esperienze diverse, che andavano valorizzate, ma non annichilite. Né era scontato che questo giornale avesse base a Milano.

Ma come, in un’Italia che ha nella sua capitale la cattedra del successore di Pietro, può darsi forse un punto di lettura che è altro dai palazzi e dalle curie? Sì, e questo addirittura capitava per volere di un Papa, che certo non poteva decentrare, ma apprezzare in un disegno architettonico volto a dare una fisionomia autonoma alla Chiesa pellegrina in Italia, e assegnare a questa un metodo e strumenti per dialogare con l’intero Paese.

Di qui l’intuizione di Avvenire, giornale per il quale l’antico Arcivescovo ambrosiano che in quel momento sedeva sul seggio petrino nutrì un sogno grandioso. Per questo disegno s’adoperò a convincere i riluttanti, a sedare gli scontenti, a incoraggiare i dubbiosi: voleva che l’Italia cattolica avesse voce, e l’avesse da Milano, per squillare meglio.

I ricercatori ci diranno se nei suoi quattro decenni di vita Avvenire ha tenuto fede all’impulso originario, o se, com’è molto probabile, qualcosa invece è intervenuto a modificare i progetti. Sicuramente a Paolo VI non bastava un giornale di mera testimonianza, e voleva andare oltre il foglio di opinione. Agognava una testata solida che prendesse vita da tutte le diocesi e puntualmente convergesse in una elaborazione coinvolgente soggetti e protagonisti diversi.

Dicevamo che al convegno di Milano non ci sarà posto per la retorica compiacente: infatti ci ritroveremo per capire, ragionare e convertirci.

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