Giornali e tv sono fortemente orientati al marketing; quindi la tentazione di giocare con le fobìe della gente è fortissima. Occorre meno clamore e più senso di responsabilità (*)


Redazione

25/01/2008

di Gad LERNER

Il senso di insicurezza oggi diffuso nella nostra società è certamente alimentato dai mass media, che hanno un istinto fortemente orientato al marketing. Ce ne accorgiamo quando tocchiamo la carne “viva” del pubblico: la tentazione di giocare con le paure della gente è fortissima. Quando nella mia trasmissione difendo i Rom subito ricevo lettere di questo tenore: «Ma perché li difende?». Intendono dire: «Ma perché una persona per bene come lei difende i delinquenti? Che cosa c’entra con quella gente? Vuol forse dimostrare di essere più buono e più generoso di noi?».

Sono sicuro che i miei colleghi che incentivano il pregiudizio e fanno titoloni sui pericoli rappresentati dai campi Rom hanno successo perché corrispondono all’aspettativa di un consumatore di notizie che cerca l’orco cattivo, la caverna vicina alla porta di casa che fa paura. Quelle baracche sono luoghi spaventosi e se un abitante di quella baraccopoli compie un assassinio – come è successo pochi mesi fa a Tor di Quinto -, ci viene naturale deprecare non solo l’omicida, ma l’intera sua specie, tutti quelli come lui.

Per cercare di attribuire un senso a quel gesto criminale dobbiamo dire che appartiene a una cultura, a un’indole propria di persone assolutamente diverse da noi. È come se sentissimo il bisogno di separarci dal male, che sarebbe così qualcosa di esterno ed estraneo alla nostra consuetudine. E viviamo invece con grandissimo imbarazzo tutti i delitti – che pure riempiono giornali e televisioni – in cui si racconta di un male che è dentro le nostre famiglie.

Sono persuaso – e lo dico contro l’interesse della mia professione – che là dove l’allarme-sicurezza si trasforma in manifestazioni di ostilità verso le fasce marginali della nostra popolazione, quando se ne parla è già una battaglia persa. Quando di Rom si parla alla tv e si scrive sui giornali, vince chi grida più forte. Chi invece opera per l’integrazione di queste persone ha bisogno di silenzio. I volontari che lavorano su questo fronte non hanno bisogno di pubblicità, né che i giornali parlino di loro.

Sul linguaggio bisogna essere severi al limite dell’intransigenza. Abbiamo concesso una licenza inaccettabile al linguaggio del disprezzo, dell’ostilità e della inconciliabilità tra noi e loro. Alcuni titoli di giornali sono impressionanti: se li paragonassimo con quelli degli anni Trenta sugli ebrei, troveremmo similitudini terribili. Quando si dà per scontato che un intero popolo è pericoloso e insopportabile, l’analogia è impressionante.

Le cronache dei nostri giornali hanno titoli “etnici”: viene sempre indicata la nazionalità di chi ha commesso un reato. Sui giornali degli Stati Uniti – Paese nato dalla mescolanza di molteplici appartenenze etniche, e che proprio per questo ha saputo darsi degli “anticorpi” – ciò sarebbe assolutamente vietato: il codice deontologico del New York Times vieta espressamente il richiamo dell’origine etnica nei titoli degli articoli, se non in casi rarissimi in cui il riferimento è essenziale per la comprensione della notizia. Noi, invece, abbiamo una licenza di sparlare e di esasperare le differenze.

Considero mio dovere professionale combattere questo degrado del linguaggio, perché sono convinto che dalle parole poi si passa ai fatti. Quando si definisce un popolo “colpevole” per sua stessa natura – com’è avvenuto in passato -, il passo successivo è l’azione violenta contro questo popolo. L’impegno per un rigoroso controllo del linguaggio è improbo, perché anche i giornali cosiddetti “progressisti”, per non perdere copie, hanno ormai adottato questa tecnica. È una battaglia difficilissima, ma necessaria.

(*) ampia sintesi dell’articolo pubblicato su Il Segno – gennaio 2008

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