Redazione

Davvero si può parlare di emergenza, o è piuttosto un problema che esiste da sempre e che solo ora trova spazio sui media nazionali? Quando i giornali rinunciano alle inchieste e i cittadini abbassano la guardia, le notizie vanno a ondate, si gonfiano e scompaiono nel giro di poche settimane

11/01/2008

di Marco DERIU

Una delle tradizionali regole del giornalismo afferma che le notizie, per essere davvero tali, devono avere le caratteristiche della novità e dell’eccezionalità; non a caso gli anglosassoni le chiamano news. Ma non sembra essere questa la ragione per cui l’informazione dei giornali e della televisione in Italia procede puntualmente a ondate, quasi con un andamento sussultorio che a tratti rilancia argomenti già noti e poi li seppellisce nel dimenticatoio da un momento all’altro per tornarci sopra al successivo giro di giostra.

La vicenda dei rifiuti a Napoli è un classico esempio di informazione dall’andamento carsico e dal carattere speculativo. E’ carsica perché l’argomento non è certo una novità, ma è uno di quelli che riemergono a tratti proprio come quei fiumi che di tanto in tanto spariscono nel sottosuolo per poi ricomparire qualche chilometro più in là. E’ speculativa perché viene amplificata dalle testate giornalistiche attraverso una smodata insistenza sugli aspetti più spettacolari, un uso improprio del linguaggio, una crescente superficialità nel presentare le contrapposizioni tra i protagonisti invece di spiegare le reali cause che hanno portato a questo sfacelo (come a tanti altri).

Giornali e telegiornali raccontano gli episodi di protesta con larga profusione di titoli a effetto e altrettanto largo uso di immagini emblematiche, dedicano ampi spazi al botta e risposta tra politici, amministratori e protagonisti di turno, fanno ricorso al metodo dello scaricabarile come canovaccio narrativo, insistono nel qualificare con l’abusato termine “emergenza” una situazione che non si è certamente determinata in questi giorni ma che è da anni sotto gli occhi di tutti. Insomma, presentano come eccezionale un fenomeno che non lo è pur di poterlo sfruttare per creare quel sensazionalismo che, a quanto pare, fa crescere la platea di spettatori o lettori ma che, come già più volte si è detto, non favorisce la comprensione dei fatti.

E così capita che a spiegare come funziona il meccanismo perverso e criminale che ha provocato la proliferazione delle discariche abusive, non soltanto nel capoluogo partenopeo ma in tutta la Campania e in buona parte del Sud Italia, debba essere uno scrittore (bravo) al posto dei giornalisti che potrebbero farlo attraverso le loro inchieste. Il riferimento è, naturalmente, a Roberto Saviano, autore di Gomorra, libro pluripremiato e da tempo ai vertici delle classifiche di vendita che racconta con una prosa fluida, accattivante e a tratti poetica come funzionano gli affari della camorra. Tra questi, il sistema dello smaltimento abusivo dei rifiuti.

In un articolo comparso in questi giorni su un quotidiano, Saviano ha illustrato ancora una volta quello che già aveva avuto modo di dire in altre occasioni: il problema della “monnezza” non è soltanto dei napoletani o dei loro vicini, che subiscono le conseguenze di scelte operate dalla delinquenza locale in accordo con l’imprenditoria del nord. In un modo o nell’altro il problema è di tutti.

Per far capire come mai succede questo, lo scrittore non fa che attingere alle fonti delle inchieste giudiziarie, consultare i documenti utili, annotare nomi, date e apparenti coincidenze utili a ricostruire almeno una parte di verità. Questa attività in gergo giornalistico si chiama inchiesta (e, tranne qualche eccezione, appare un genere in decadenza nelle testate giornalistiche italiane).

Ben venga il contributo di una persona che sa scrivere, che non ha avuto paura di infilare il naso negli affari sporchi e che, per questo, è costretta a vivere sotto scorta. Peccato che tocchi a lui svolgere un compito che invece dovrebbe riguardare ampie schiere di giornalisti e operatori dell’informazione.

Probabilmente, secondo la tendenza legata all’andamento sussultorio e carsico di cui sopra, le testate giornalistiche nazionali, dopo gli ampi spazi dedicati alle opinioni contrapposte che in questi giorni caratterizzano la vicenda delle discariche abusive, punteranno presto i riflettori su qualche altro evento, amplificandolo in lungo e in largo, salvo poi modificare di nuovo il tiro, e così via…

C’è da sperare che, nonostante le distorsioni di questo modo di fare informazione (gli anglosassoni – ancora loro – ne danno una definizione interessante parlando di newsmaking, ovvero l’attività del “fare le notizie”), l’aver puntato i riflettori su un problema così grave spinga finalmente chi di dovere a prendere in mano la situazione una volta per tutte e ad affrontarla nel modo migliore.

Al contempo, c’è da rammaricarsi ancora una volta per il fatto che molti hanno le fette di salame sugli occhi finché le “emergenze” non vengono (ri)lanciate dai media e portate all’attenzione generale, con tutti i limiti di cui si è detto. E non ci si riferisce soltanto ai politici o agli amministratori che dovrebbero gestire certi problemi in maniera ben diversa, ma anche ai lettori, agli spettatori, ai cittadini, insomma alle persone comuni che troppo spesso credono di vivere nel migliore dei mondi possibili.

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