Ripercorriamo il complesso iter che portò alla nascita del quotidiano, per la prima volta in edicola il 4 dicembre 1968 come strumento di evangelizzazione e di orientamento delle coscienze dei credenti


Redazione

07/05/2008

di Eliana VERSACE

Il 4 dicembre 1968 usciva nelle edicole il primo numero del quotidiano cattolico nazionale Avvenire, edito proprio a Milano, dalla Nuova Editoriale Italiana (Nei), società nata nel capoluogo lombardo col fine di predisporre le linee e la struttura del nuovo giornale.

Nato dalla fusione di due gloriose testate del giornalismo cattolico italiano, L’Italia di Milano e L’Avvenire d’Italia di Bologna, il quotidiano fu fortemente voluto da Papa Paolo VI e, come è oggi possibile documentare, fu sempre accompagnato e sorretto dallo sguardo vigile e dalla costante attenzione del Pontefice, che ben conosceva il mondo della comunicazione.

L’arcivescovo Montini, figlio del direttore di un giornale di provincia, sin dal suo arrivo a Milano, seguì le vicende del giornale della diocesi, L’Italia, diretto da monsignor Ernesto Pisoni e amministrato da monsignor Giuseppe Bicchierai. Nel 1961, a seguito di insistenti e ripetute richieste, Montini fu indotto a sostituire alla direzione del quotidiano monsignor Pisoni con Giuseppe Lazzati che, nonostante alcune divergenze con l’Arcivescovo sulla linea politica del giornale, resterà alla direzione fino al 1964.

Il dissesto finanziario de L’Avvenire d’Italia, diventato alla metà degli anni Sessanta ormai insanabile, risvegliò nel Papa un’antica idea, maturata qualche decennio prima ed espressa già nel 1950: quella cioè di fondere i due più grandi giornali cattolici del nord e del centro Italia, per farne un unico quotidiano che potesse parlare a tutto il Paese, orientando le coscienze dei credenti e diventando strumento di evangelizzazione in una società che sempre più si andava secolarizzando.

Nel 1966 venne istituita presso la Cei una speciale commissione di studio sulla fusione dei due giornali. Nonostante le forti resistenze degli ambienti ecclesiastici e culturali bolognesi, che vedevano nell’Avvenire d’Italia una bandiera del cattolicesimo d’avanguardia, già l’anno successivo la strada della fusione dei due quotidiani sembrava ormai l’unica percorribile.

La situazione economica de L’Italia era ben più solida di quella del giornale di Bologna, ma nonostante qualche residua perplessità manifestata in alcuni settori della Curia milanese sull’opportunità di chiudere la storica testata, si procedette rapidamente verso la fusione dei due giornali.

In omaggio al gemello bolognese fu deciso che il nuovo quotidiano si chiamasse Avvenire, ma fu stabilito che venisse prodotto e stampato a Milano. Su impulso del Papa, per supportare la diffusione del giornale venne anche creato a Roma, dalla Cei, un ufficio promozione presieduto, per esplicito volere di Paolo VI, dal sacerdote ambrosiano monsignor Carlo Chiavazza, succeduto a Lazzati alla direzione de L’Italia.

Nell’Italia del ’68, scossa dal vento della contestazione, anche la stampa cattolica avrebbe potuto rappresentare una voce di libertà che raggiungesse l’intero Paese. «Sostenete con generosità il quotidiano Avvenire, continuate a rendere a questa buona causa un servizio tanto prezioso e determinante affinché anche in tale servizio, Milano sia da esempio a tutte le diocesi d’Italia», era questo l’invito del Papa che nel 1970 evidenziò la duplice funzione che doveva caratterizzare la stampa cattolica: «Quella di gareggiare nobilmente con l’altra stampa e di meritarsi una preferenza presso i buoni cattolici; e quella non solo di informare i suoi lettori, ma di formarli, di abituarli a giudicare le cose e gli avvenimenti in conformità alla coscienza cristiana».

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