Più notizie forti che informazione complessiva nel racconto mediatico della crisi del regime del colonnello Gheddafi

di Marco DERIU

libia

La crisi in Libia è aperta ormai da tempo e, stando agli ultimi sviluppi, la fine del regime del colonnello Gheddafi potrebbe essere molto vicina. Ma, fra le correzioni alla manovra finanziaria, lo sciopero dei calciatori di Serie A, l’arrivo dell’uragano Irene su New York e altre notizie da prima pagina, la copertura della situazione libica sembra un fiume carsico: va e viene a giorni alterni. Il rapimento di quattro giornalisti italiani, liberati dopo 24 ore, ha improvvisamente riacceso i riflettori sul Paese africano, ma la sensazione complessiva è le cronache di questi giorni non aiutino più di tanto a fornire un quadro globale della situazione.
In parte questa lacunosità è fisiologica quando si raccontano notizie relative a teatri di guerra: la comunicazione è fra le prime “vittime” di qualsiasi conflitto armato, data la sua importanza strategica che induce i comandi militari ad agire per usarla secondo le più moderne tecniche di propaganda. Bisogna poi tener conto del fatto che per molti lustri ci si è disinteressati della situazione interna della Libia (come pure di molti altri Paesi-polveriere balzati alla ribalta delle cronache soltanto negli ultimi mesi) e che la degenerazione degli scontri interni ha parzialmente sorpreso anche molti esperti di politica internazionale.
Come in tutte le situazioni simili, la caduta di Gheddafi potrebbe essere questione di ore o di giorni e proprio questa impossibilità di prevedere un esito in tempi certi è una causa ulteriore della frammentarietà dell’informazione da parte dei quotidiani e della televisione.
Diverso è il discorso relativo a internet: le principali testate online propongono un diario aggiornato ora per ora con una serie di flash in successione su come si evolve l’avanzata dei ribelli, sui proclami di Gheddafi, sull’assalto alle carceri e la conseguente liberazione dei detenuti, sul ritrovamenti di cadaveri delle vittime della repressione, sulla caccia all’uomo che ha per obiettivo il Colonnello. Il web funge anche da archivio di fotografie, video e testimonianze audio; si tratta di elementi isolati e poco utili a completare il quadro della situazione, ma efficaci a livello di impatto sul pubblico grazie alla loro capacità di generare un effetto di presenza che fa percepire i fatti libici emotivamente più vicini.
In superficie, certe cronache ricordano situazioni già viste e sentite quando, per esempio, capitolò il regime di Saddam Hussein in Iraq, ma la principale differenza sotto il profilo comunicativo è data dal disordine con cui le notizie relative alla Libia vengono diffuse; il racconto della conquista di Baghdad era parso più ordinato nelle sue sequenze, non tanto grazie al fatto che i ribelli – aiutati e sostenuti dalle forze alleate – avessero pianificato una strategia migliore, ma in ragione di un attento e rigoroso controllo dei flussi informativi verso i media da parte dei vertici militari.
Stavolta le fonti sono generalmente di prima mano e spesso manca un filtro istituzionale; è significativa la notizia che un portavoce di Gheddafi abbia annunciato l’intenzione del Colonnello di negoziare con gli insorti contattando direttamente la sede dell’agenzia Associated Press a New York invece che i capi dei ribelli.
Paradossalmente, sono proprio le redazioni centrali delle testate ad avere un quadro più generale della situazione rispetto agli inviati e a coloro che si trovano sul posto, che da un lato possono testimoniare direttamente ciò che vedono ma dall’altro hanno un punto di vista molto parziale e spesso avulso dal contesto generale.
Noi lettori, spettatori e utenti della rete faremmo bene a pesare l’importanza delle notizie: lo sciopero dei calciatori, i disastri provocati dall’uragano, le ultime evoluzioni del confronto politico interno alla maggioranza e le vicende libiche non hanno lo stesso peso in termini di contenuti, ma è la forma con cui se ne parla a determinare ai nostri occhi il maggiore impatto mediatico.

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