La vicenda dell’infermiera ucraina monito per gli educatori. La sua foto mentre, ferita, maneggia lo smartphone, ha fatto il giro del mondo

di Alberto CAMPOLEONI

Olesya

«Io muoio». Credo che abbia colpito tutti la vicenda della giovane ucraina colpita da un proiettile e capace d’inviare immediatamente un tweet al mondo: «Io muoio». Tweet che solo 24 ore dopo è diventato, fortunatamente, «Sono viva». Già, perché Olesya Zhukovskaya, la 21enne in questione, sarebbe stata operata e salvata dai medici (il condizionale è d’obbligo, perché il confine delle notizie è labile). Naturalmente è diventata subito un simbolo, della lotta di Maidan e dei giovani generosi che sfidano la morte per la libertà. Lei, in piazza, era andata per sostenere la protesta, con una pettorina d’infermiera. Il suo tweet e la sua foto mentre, ferita, maneggia lo smartphone, hanno fatto il giro del mondo.

Ha colpito, la sua vicenda, per la forza prorompente delle immagini, capaci di suscitare emozioni. E soprattutto per quel messaggio nell’etere, il ricorso immediato alla rete, un grido amplificato dalla velocità di internet e diretto senza mediazioni ai milioni di ascoltatori virtuali.

Ecco, proprio questo tweet è sconcertante. Nel momento supremo, nell’istante in cui Olesya si sente rapire dalla vita, il suo primo pensiero è quello di digitare sul telefonino, di comunicare non con qualcuno che ha vicino, con chi la può aiutare, con una persona “calda”, ma con milioni di interlocutori virtuali, con la platea di internet, evidentemente, per lei, reale almeno quanto come sia cambiato il mondo. Una volta – si passi la semplificazione – un moribondo o quella stessa pallottola che l’ha colpita.

Viene da riflettere su avrebbe invocato la mamma, forse Dio. Si sarebbe aggrappato – la tragica iconografia delle guerre insegna – al compagno più vicino. Olesya si è aggrappata a uno smartphone, con una lucidità inaspettata. Ha digitato con quel pollice snodato e velocissimo dei giovani il suo grido d’aiuto e si è consegnata a internet, a quei legami che verrebbe da ritenere dilatati, eterei, eppure, questa volta, avvertiti come profondamente veri.

Dice molto, questo, più che sulla realtà della comunicazione globale, sul mondo dei nostri giovani, sulle trasformazioni del sentire, delle relazioni. Dice molto a chi si occupa di educazione, da una parte sottolineando un dato universale – la necessità di ogni persona di trovare qualcuno/qualcosa, di comunicare, di mettersi in relazione, di dare e ricevere “abbracci” – e insieme evidenziando, dall’altra parte, come le modalità di oggi stiano profondamente cambiando e come non si possano sottovalutare.

Olesya afferma se stessa e cerca qualcuno che la riconosca, con il suo tweet. Dice “ci sono”, prima ancora che “io muoio”. Grida “guardatemi”, prima ancora di dare una notizia. Forse cerca un abbraccio, Olesya, con quel gesto. Lo cerca tra le braccia virtuali di una platea immensa. Allo stesso modo lo fa – e restituisce – con il “sono viva” finale.

Ecco, è anche nella piega di queste relazioni che si gioca l’umanità di oggi. L’umanità di questa giovane ucraina e la nostra, nella capacità di accorgersi del bisogno di riconoscersi e condividere. Anche se si esprime in modo sorprendente in un tweet, un grido virtuale, da un telefonino, freddo. Che aspira, però, alla consistenza di una comunità reale e concreta, “calda” e accogliente.

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