Gianni Riotta, editorialista de “La Stampa” e docente alla Princeton University: «La rivoluzione social non è una tecnologica, bensì culturale, di contenuto»

di Nino PISCHETOLA

Gianni Riotta Scola Museo Diocesano Cultura

In teleconferenza, al seminario di studio presso il Centro pastorale ambrosiano di Seveso, è intervenuto anche Gianni Riotta, editorialista de La Stampa e docente alla Princeton University. «Follow me! Per una Chiesa sui social media che si fa trovare e seguire» era la traccia dell’incontro con i comunicatori diocesani e parrocchiali, ben presto diventata una conversazione che ha toccato a 360 gradi il tema dell’informazione ieri e oggi in Italia e all’estero.

«Potrebbe anche in futuro scomparire la carta stampata a favore dell’on line – ha parlato con molta schiettezza Riotta -, ma non è questo il punto, l’importanza è che non sparisca dai mezzi di informazione, qualunque essi siano, il racconto della verità». Ha voluto così sgombrare il campo da qualsiasi nostalgia per guardare con decisione alla realtà. Che è quella dei social media, con grandi opportunità, ma anche rischi. Non ultimo quello di contribuire ad accentuare, paradossalmente, l’individualismo: il pericolo numero uno della società post-moderna. Che può essere sui social scongiurato proprio dai cristiani «che hanno una fortezza – ha affermato con decisione Riotta -: la capacità di inclusione. Sanno far sentire le persone incluse».

Ma esiste una comunicazione ad hoc per i social media o questi strumenti sono soltanto una nuova forma dell’antica comunicazione? Per rispondere a questa domanda, Gianni Riotta ha spiazzato tutti partendo da tre autorevoli esempi di «comunicazione sociale»: le Lettere di Cicerone, le Epistole di San Paolo e le Tesi di Martin Lutero. «Parto da qui perché sono convinto che la rivoluzione social non è una rivoluzione tecnologica, bensì culturale, di contenuto. La comunicazione da verticale (con una persona che parla a molti) diventa orizzontale (con tante persone che parlano a tanti) e la tecnologia in un secondo momento si mette al servizio di questo rinnovamento culturale. Perciò quello che sembra una grande rivoluzione è in realtà un ritorno a quella tradizione culturale di plasmare insieme un testo collettivo, come per esempio lo è la Bibbia che è scritta da tantissimi autori. Questi, e anche Cicerone, San Paolo e Martin Lutero, e quelli che diffondevano il loro messaggio, non si consideravano dei professionisti della comunicazione. Non era dunque il loro già un sistema social?».

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