Al convegno Cei di Macerata la studiosa Chiara Giaccardi presenterà i risultati della ricerca “Identità digitali: la costruzione del sé e delle relazioni tra online e offline”

a cura di Vincenzo CORRADO

Chiara Giaccardi

In che modo viene usata la Rete per scambiare contenuti e per stare in relazione con gli altri? A questo interrogativo è dedicata la ricerca “quantitativa” dal titolo Identità digitali: la costruzione del sé e delle relazioni tra online e offline, i cui risultati verranno presentati al convegno Cei “Abitanti digitali” (Macerata, 19-21 maggio – info: www.chiesacattolica.it/comunicazione). Lo studio, che prende in esame i nati tra il 1986 e il 1992, segue di un anno l’analisi “qualitativa” Relazioni comunicative e affettive dei giovani nello scenario digitale, elaborata in occasione del convegno “Testimoni digitali” (Roma, 22-24 aprile 2010). Alla curatrice delle due ricerche, Chiara Giaccardi, docente di Sociologia e antropologia dei media all’Università Cattolica di Milano, abbiamo rivolto alcune domande.

Può anticipare qualche dato del nuovo studio?
Non mi è ancora possibile anticipare dati, perché stiamo elaborando in questi giorni le informazioni raccolte. Quello che posso anticipare, ed è un aspetto molto interessante che sta emergendo con chiarezza, è il legame osservabile tra dimensione della fede, pratiche mediali e relazioni. In altre parole, è diverso il modo di abitare lo spazio digitale, e di stabilire un equilibrio con la dimensione offline dell’esistenza, se si crede in qualche cosa o se non si crede in niente. E, peraltro, i giovani che si dichiarano completamente atei o totalmente disinteressati a questa dimensione sono una minoranza.

Quali sono i principali processi di costruzione delle “identità digitali”?
I processi di costruzione delle identità sono complessi, ma non parlerei di “identità digitali”: casomai il digitale è il territorio di sintesi, che consente di mantenere collegati i diversi ambiti significativi per il sé e di alimentare costantemente le relazioni significative. Come già era emerso nella precedente ricerca qualitativa presentata al convegno ‘Testimoni digitali’ nel 2010, più che un ambito di progettazione e di immaginazione del sé, la rete – almeno per i ragazzi dai 18 ai 24 anni – è uno strumento di gestione della complessità, rispetto a un’esistenza che ha il suo baricentro offline.

È possibile tracciare un identikit degli “abitanti digitali”?
Intanto si tratta di giovani che ‘transitano’ continuamente tra l’online e l’offline, tra la rete e la realtà concreta; che non scambiano il virtuale con il reale, ma che nemmeno vedono una contrapposizione tra questi due territori, entrambi ormai fondamentali dal punto di vista esistenziale. In rete si trasferiscono le relazioni costruite nei contesti di interazione faccia a faccia; ci sono poi alcune relazioni che vivono solo in rete, ma più difficilmente relazioni nate in rete si trasferiscono offline. E la dimensione interpersonale, nella concretezza dell’incontro faccia a faccia, è quella ritenuta fondamentale, anche se del virtuale non si può più fare a meno.

Oggi si parla molto della generazione dei “nativi digitali” contrapposta a quella degli adulti. Quali riflessioni dal punto di vista educativo?
I nativi digitali hanno un vantaggio: sanno muoversi con naturalezza e abilità nell’ambiente digitale, senza bisogno di imparare. Ma hanno anche uno svantaggio: non hanno conosciuto una realtà diversa e faticano a non dare per scontato l’ambiente che li circonda. E, come scriveva McLuhan, se non siamo consapevoli dell’ambiente non possiamo neanche essere liberi, perché ne veniamo “massaggiati” e plasmati senza poter opporre resistenza. Senza una consapevolezza delle caratteristiche dell’ambiente è difficile capire che oltre alle opportunità ci sono anche i rischi: il rischio di scambiare la connessione per relazione, la condivisione di tempo e attività ludiche per amicizia, di confondere lo scambio di materiali e informazioni con il “dono”, di non riuscire a vedere al di là della dimensione orizzontale della rete, solo per citarne alcuni. Se i nativi possiedono la capacità di muoversi velocemente, ma spesso non sanno dove andare, gli adulti, “immigrati digitali”, sono più impacciati nei movimenti dentro il nuovo ambiente, ma possiedono le bussole dell’esperienza, la consapevolezza di altri ambienti (con altre opportunità e altri rischi), la capacità di collegare il presente a un passato per immaginare con più consapevolezza il futuro. Oggi diventa cruciale, anche e soprattutto per l’educazione, la capacità di costruire un’alleanza intergenerazionale, nella quale, secondo la logica della condivisione e della reciprocità che è tipica della rete, potersi scambiare i rispettivi doni: la competenza tecnica e l’esperienza, la velocità e l’attenzione ai significati.

Come educare gli adulti alle nuove tecnologie?
Non tutti gli adulti devono per forza diventare esperti di nuove tecnologie, ma un aspetto è importante: che capiscano le logiche di funzionamento dei nuovi linguaggi, per poter comunicare con le nuove generazioni e poter continuare a svolgere un ruolo educativo: con la consapevolezza che, per effetto dei nuovi linguaggi, l’educazione non può più essere una “trasmissione di contenuti”, basata sul principio di autorità e sulla separazione dei ruoli, ma deve partire innanzitutto dalla capacità di ascoltare il nuovo ambiente, per poter dire una parola autorevole e pertinente. L’autorevolezza oggi va conquistata: è una sfida impegnativa, ma anche un’opportunità per valorizzare la dimensione di reciprocità dell’educazione. Perché, come scriveva De Certeau, il vero educatore è colui che sa lasciarsi educare.

In conclusione, come “abitare” da credenti il digitale?
Abitare è già un verbo programmatico, diverso da alloggiare, risiedere, occupare: è un verbo che designa un’azione tipicamente umana, perché solo gli esseri umani abitano. Abitare vuol dire dare forma al proprio ambiente e non solo adattarvisi; significa iscrivere nell’ambiente i significati rilevanti non solo per sé, ma per il gruppo in cui ci si riconosce (perché abitare è sempre un’azione collettiva). Abitare il digitale da credenti significa non rassegnarsi all’orizzontalità della rete, che finisce col diventare il regno delle equivalenze indistinte, ma essere presenti con lo sguardo rivolto a ciò che la rete non può contenere; significa cercare di essere testimoni della verità che ci ha toccato, e che continuamente, al di là dei nostri limiti, riaccende la nostra speranza e ci consente di condividerla con altri. Per una comunione che non può avere luogo sul web, per quanto prezioso questo ambiente possa essere nell’avvicinare i lontani. 

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