È morto il 17 dicembre a Siracusa all’età di 84 anni. Per anni è stato una delle anime della Fisc, la Federazione dei settimanali cattolici italiani

di Paolo BUSTAFFA

Don Inserra

Ha affrettato il passo don Alfio mentre, sabato 17 dicembre, in tutte le chiese si accendeva la luce della quarta domenica di Avvento, ultima tappa verso il Natale. Lui ha voluto arrivare prima alla Luce.

È sempre stato così don Alfio Inserra. Correva incontro all’altro. Lo portava il cuore, il desiderio di un abbraccio, la voglia di dire e ascoltare una parola buona. Sulle strade della sua parrocchia di santa Rita in Siracusa come su tutte le strade del mondo che percorreva senza stancarsi mai, lo portava la tenerezza di Dio che viveva ogni giorno e che ogni giorno donava a chiunque incontrasse.

Nella sua vita di prete, piena di gioia per il “sì per sempre” che traduceva in uno splendido sorriso, questa passione ha preso il nome di comunicazione. Da cuore a cuore.

Poi tutto il resto, cioè il giornale diocesano “Cammino”, la Fisc (Federazione italiana settimanali cattolici), il SIR, Avvenire, l’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana) e altri ancora. Quello del giornalismo era per don Alfio un impegno e un servizio da coltivare bene sul piano spirituale e culturale oltre che professionale.

Sapeva che un mestiere così a contatto con la grandezza e la miseria dell’uomo non può tenere a lungo senza radicamento in una fede pensata e senza una coscienza retta. E sempre richiamava questa necessità con la dolcezza del suo carattere e del suo linguaggio.

I suoi interventi colmi di saggezza, soprattutto quando il confronto si accendeva nei Consigli nazionali della Fisc, hanno guidato la storia della Federazione verso mete sempre più alte e condivise. Nei master nazionali di formazione dei giornalisti, che ogni anno promuoveva nella sua Sicilia e che restano una straordinaria testimonianza d’intelligenza e di affetto, sapeva unire lo spessore dei temi professionali alla profondità di un pensiero illuminato dalla fede.

Sempre con quel sorriso che incoraggiava a cose grandi. L’amicizia era per don Alfio un valore sacro. Tutto poteva sopportare tranne atteggiamenti distaccati, freddi, presuntuosi. Ne soffriva molto perché la comunicazione per lui non poteva essere pienamente se stessa senza l’incontro sereno e cordiale tra i volti. E da questo punto partiva anche con le sue considerazioni sulle nuove tecnologie, i nuovi linguaggi e i nuovi scenari mediatici. Aveva 84 anni, non era dunque un “nativo digitale”, ma respirava con i polmoni del Concilio. Dall’“Inter mirifica” aveva attinto la “competenza” necessaria per affrontare con realismo cristiano anche la sfida delle nuove tecnologie. Sapeva leggere le luci e le ombre, i rischi e le opportunità.

Era convinto che la Parola ama camminare su strade dove si consumano le suole delle scarpe e su strade che si percorrono consumando i polpastrelli delle dita e un po’ gli occhi. Al giornalista – diceva – il compito di percorrere entrambe con lo sguardo di Dio. Lo sguardo con cui questo prete e giornalista ha guardato e continua a guardare il mondo.

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