Il balletto intorno alle intercettazioni non è giornalismo

di Marco DERIU

telefono

Sarà scontata, ma l’immagine relativa al getto di benzina sul fuoco è quella che rende meglio la “trovata” di un noto settimanale italiano dal glorioso passato, che ha voluto rinfocolare le polemiche sulla presunta trattativa Stato-mafia di stringente attualità, pubblicando pseudo-rivelazioni su quelli che sarebbero i veri contenuti delle intercettazioni telefoniche fra il presidente Giorgio Napolitano, e l’ex ministro Nicola Mancino.

Le eventuali implicazioni giudiziarie di questi colloqui sono di competenza dei giudici, quelle politiche interessano i leader di partito e le istituzioni. Ma quelle mediatiche riguardano da vicino i giornalisti e la loro (in)capacità di rispettare la deontologia, tanto stringente sulla carta quanto poco applicata nell’attività professionale.

La vicenda ha tenuto banco per tutta l’estate, trasformandosi presto in una sorta di telenovela dai contorni misteriosi proprio grazie alla grancassa mediatica e alle molte distorsioni della presunta verità, operate non soltanto da chi ha interessi particolari da tutelare ma anche da certi approcci giornalistici alquanto spregiudicati. Il caso è diventato mediatico prima ancora che politico o giuridico.

Era metà giugno quanto sulla stampa sono circolate le prime indiscrezioni sulle intercettazioni delle conversazioni tra Mancino e il magistrato Loris D’Ambrosio, predisposte dalla Procura di Palermo, in cui l’ex vicepresidente del Csm avrebbe manifestato preoccupazioni sulle indagini in corso. La puntuale smentita a mezzo stampa del Quirinale chiariva il ruolo del Presidente e puntualizzava l’atteggiamento rispetto all’inchiesta. Pochi giorni dopo era lo stesso Napolitano a stigmatizzare, in modo pacato ma chiaro, la “campagna di insinuazioni e sospetti nei confronti del Presidente della Repubblica e dei suoi collaboratori, costruita sul nulla”, spiegando: “Si sono riempite pagine di alcuni quotidiani con le conversazioni telefoniche intercettate in ordine alle indagini giudiziarie in corso e se ne sono date interpretazioni arbitrarie e tendenziose, talvolta persino versioni manipolate”.

In questo senso sarebbe da leggere anche la decisione, presa dal Quirinale a metà luglio, di sollevare il conflitto d’attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale, non soltanto in forza del «dovere di promuovere un chiaro pronunciamento su questioni delicate di equilibri e prerogative istituzionali», ma anche per porre termine «a una campagna di insinuazioni e sospetti senza fondamento e al trascinarsi di polemiche senza sbocco sui mezzi di informazione».

Il 26 luglio, in seguito all’improvvisa morte per infarto di D’Ambrosio, Napolitano insieme al profondo dolore per il decesso aveva nuovamente speso parole di critica contro la «campagna violenta e irresponsabile di insinuazioni e di escogitazioni ingiuriose» a cui il consigliere era stato “pubblicamente esposto”, lanciate dai capipopolo politici più facinorosi e ampiamente riprese dalle testate giornalistiche più faziose.

Dopo qualche settimana di relativa calma, la vicenda è tornata prepotentemente alla ribalta il 29 agosto scorso, quando sono uscite le anticipazioni del servizio di copertina di Panorama che ha parlato esplicitamente di una manovra per ricattare il Capo dello Stato. Facendo riferimento a non meglio specificate “fonti autorevoli”, il settimanale della Mondadori ha lasciato intendere che nelle conversazioni intercettate Napolitano avrebbe espresso giudizi severi sui magistrati di Palermo, su Silvio Berlusconi e su Antonio Di Pietro. Dopo poche ore, la excusatio non petita dell’ex premier Silvio Berlusconi, proprietario della Mondadori, ha rinfocolato ulteriormente le polemiche.

Quella di Panorama si può appropriatamente definire una “sparata”, se non peggio. Il servizio del settimanale sul presunto ricatto al Presidente della Repubblica non ha citato alcuna fonte autorevole ed è stato costruito interamente su supposizioni affascinanti soltanto per chi gode a rimestare nel torbido, ma inaccettabili per chi ha a cuore un’informazione corretta.

La Carta dei doveri del giornalista e la legge che istituisce la professione giornalistica sanciscono il dovere assoluto di rispettare la “verità sostanziale dei fatti”, di verificare sempre l’attendibilità delle fonti e di dichiarare sempre l’identità di queste ultime.

Le notizie si danno all’indicativo quando sono state verificate e confermate, non al condizionale quando sono soltanto ipotesi. E la tutela della riservatezza delle fonti non può essere l’alibi per lanciarsi in ogni genere di supposizione, illazione o ricostruzione fantasiosa di fatti non dimostrabili (altrimenti detta bugia).

Il rischio che le forzature da parte di certi giornalisti o di certe testate finiscano per delegittimare la credibilità dell’intera categoria dei giornalisti è da evitare, per il bene di una democrazia che si fonda (anche) su una stampa libera e corretta.

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