Il cardinale Angelo Scola ha celebrato la messa della vigilia di Natale nel carcere di San Vittore e ha invitato i detenuti a usare bene il tempo. Donerà una somma per l’acquisto di libri

di Luisa BOVE

san vittore

OMELIA DEL CARDINALE (video)

«Oggi sono venuto a San Vittore con un grande desiderio e una certa trepidazione», ha detto il cardinale Angelo Scola celebrando la messa della vigilia di Natale nel carcere milanese. «Sono stato letteralmente travolto dal vostro affetto durante la mia visita nei reparti e nelle celle». È stupito della «presenza massiccia» dei detenuti e che per la prima volta hanno affollato anche parte della rotonda, superando i cancelli dei raggi. Una celebrazione intensa e toccante, accompagnata dal coro “La nave” (il reparto del trattamento avanzato) e diretto dal M° Maria Teresa Tramontin de “La Verdi”.
Prima della messa l’Arcivescovo ha incontrato le donne al reparto femminile, nella chiesa da poco restaurata. «Siamo in 98, giovani, anziane, fidanzate, mamme di figli bellissimi… e la lontananza da casa ci è insopportabile», ha ammesso Cinzia a nome di tutte. La chiesa, intitolata alla beata Enrichetta Alfieri, «per noi tutte è la grande cella di Gesù, qui veniamo a pregare e a nutrire la nostra vita».
L’Arcivescovo Scola ha fatto tappa anche al reparto Clinico dove i carcerati, oltre a scontare la pena, «soffrono per la malattia», ma anche per loro viene Gesù, anche attraverso «la solidarietà, l’aiuto, il sorriso che vi scambiate tra voi». La visita del Cardinale è continuata tra i “protetti” e, simbolicamente, in due celle, dove i detenuti gli hanno offerto il caffè preparato da loro e lo hanno accolto con calore.
L’ingresso in rotonda del nuovo Arcivescovo è stato salutato con grande ovazione e un lunghissimo applauso, quindi due detenuti hanno descritto le condizioni in cui vivono i 1553 carcerati, la nostalgia di casa e l’amara affermazione: «Noi per la società siamo come morti, ma siamo persone vive. Noi paghiamo una doppia pena per i disagi. Le sembra giusto? Come possiamo resistere?». E proprio a loro, commentando la lettera agli Ebrei, Scola a detto e ripetuto: «Noi non siamo di quelli che cadono per le proprie rovine» perché «la dignità dell’uomo non viene mai meno, qualunque gesto abbia compiuto». In tutti, ma proprio tutti, c’è «un desiderio di compimento e di felicità», ma da soli non si riesce a fare che «pochi passi verso questa meta». Quindi ha parlato della giustizia di Dio, che combacia con la misericordia, e ha invitato i detenuti ad accettare le conseguenze delle loro colpe, anche se gli istituti non sembrano oggi adeguati e come ha detto il Papa nei giorni scorsi a Rebibbia, «il sovraffollamento è una doppia pena». Eppure «il grado di civiltà di una società si rivela anche dal modo di intendere la pena e il luogo in cui va espiata», ha detto l’Arcivescovo di Milano. «Ma la nostra società non ha luoghi all’altezza del carattere medicinale della pena».
«Vi invito con tutto il cuore a usare bene il vostro tempo, almeno dialogate tra voi, leggete, investite energie positive per non cedere», ha detto Scola visitando i reparti e lo ha ripetuto in rotonda. «Se tu non ti giochi anche in questa situazione attraversata da tante contraddizioni e ingiustizie, questo riscatto non ci sarà, perché dipende anche da te. Chi rimanda il cambiamento a domani, non cambierà».
«Voi non siete di quelli che cedono», ha detto ancora l’Arcivescovo. Quindi ha suggerito «lettura, amicizia, dialogo, rispetto, preghiera, domande di perdono a coloro che avete ferito (pronunciate anche solo nel vostro cuore), tra di voi, ai vostri cari che avete fatto soffrire».
Ma questo non basta. «Chi ha il compito di governare la società civile deve favorire una conversione, un cambiamento di mentalità nel guardare la pena e i luoghi di pena», insomma, «deve trovare modalità di riscatto efficaci e dignitosi».
Intanto però «volontari, personale, cappellani, suore… hanno compreso che condividere il vostro bisogno è il modo di costruire una società in cui giustizia e pace non siano parole vuote». Insomma, è come se dicesse che ognuno, pur con ruoli diversi, ha compiti e doveri nei confronti della popolazione carceraria.
Al termine della messa hanno preso la parola la vicedirettrice Mazzotta che a nome di tutti i detenuti e della polizia penitenziaria ha detto: «Le chiedo di ricordarci nelle sue preghiere», e Luigi Pagano provveditore delle carceri lombarde che ha aggiunto: «Nonostante le difficoltà ci avviciniamo il più possibile all’art. 27, ma resta ancora molto da fare», quindi ha lanciato un appello: «Più misure alternative e meno carcere». E ha assicurato: «Ogni persona recuperata è un pericolo in meno per la società». Lungo applauso per Pagano e per l’Arcivescovo che congedandosi ha detto: «Porto via tanto da qui e spero di esserne degno. Vi ricorderò ogni giorno nelle mie preghiere».

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