Suor Maria Barbara Pietkum, polacca, superiora delle Missionarie di Cristo Re, interverrà sabato 13 giugno alla videconferenza in cui l’Arcivescovo parlerà alle persone consacrate provenienti dall’estero

di Annamaria BRACCINI

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Suor Maria Barbara Pietkum

«Ho frequentato questi incontri già l’anno scorso. Li ho trovati molto utili per conoscere bene la Diocesi e il rito ambrosiano. Per me, poi, è stato importante anche entrare in contatto con altre persone consacrate, ascoltando le loro difficoltà e i momenti positivi, le esperienze che stiamo vivendo qui». Suor Maria Barbara Pietkum, di origine polacca, superiora delle Missionarie di Cristo Re, non ha dubbi: formare e formarsi è «un dovere» ed è fondamentale per conoscersi meglio. Per questo anche se sarà a Poznan, presso la Casa madre della sua Congregazione per il Capitolo generale, non mancherà di partecipare alla videoconferenza del 13 giugno.

La condivisione tra consacrati, è un modo per crescere nella fede?
Sicuramente fa capire che siamo differenti gli uni dagli altri e che, in questa diversità, si possono trovare tante cose belle. Per esempio, per ciò che riguarda la vita liturgica, ognuno di noi, proveniente da varie parti del mondo, durante la Messa vive l’incontro con Gesù in modo diverso, però siamo tutti un’unica Chiesa.

Da quanto è in Italia e che ruolo svolge?
Sono a Milano da 11 anni: l’Italia è il primo Paese dopo il mio – la Polonia -, dove ho vissuto. Divido il mio impegno quotidiano in due ruoli: il carisma della mia Congregazione, le Suore Missionarie di Cristo Re per gli immigrati polacchi. Ci occupiamo soprattutto della loro vita spirituale e celebriamo tutte le funzioni e le Messe in una chiesa polacca, con il nostro sacerdote Grzegorz Ryngwelski. Io mi occupo personalmente degli incontri con i bambini, i ragazzi, gli studenti e anche le famiglie. Cerchiamo di mantenere viva la loro fede perché, talvolta, essere lontani dal proprio Paese provoca un allontanamento. Lavoro anche in un asilo nido come educatrice.

Che cosa dirà, raccontando la sua esperienza, nell’incontro con l’Arcivescovo?
Vorrei spiegare come, in questo tempo di coronavirus, abbiamo vissuto con i nostri connazionali, che sono stati costretti a restare a Milano, senza poter tornare in patria. Stare vicini è stato fondamentale. Abbiamo organizzato la recita del Rosario ogni sera e l’Adorazione al Santissimo: noi suore pregavamo nella nostra cappella e tutti potevano partecipare in modo spirituale. Abbiamo pregato, ovviamente, non solo per i polacchi, ma per tutta la città e per tutte le persone che conosciamo, chiedendo soprattutto il conforto della fede e della fiducia in Dio.

Le celebrazioni erano trasmesse in streaming?
Il Rosario non era possibile seguirlo in streaming, ma quando veniva il nostro sacerdote trasmettevamo le Messe. Io, essendo catechista, ho tenuto incontri online anche con bambini piccoli e con i ragazzi. Un modo per mantenere il contatto e dire alle famiglie e ai bimbi che, pur non andando in chiesa, la fede rimane, sottolineando che anche la famiglia è un luogo dove la preghiera è importante. Durante questi incontri con i bambini cercavo di proporre delle attività da preparare insieme: in Quaresima, ho invitato i più grandi a celebrare in famiglia la Via Crucis e recitare qualche preghiera particolare. Abbiamo proposto anche una serie di catechesi per la Settimana Santa. Per esempio, in Polonia si usa preparare, per la Domenica delle Palme, rami con fiori di carta: abbiamo aiutato a distanza i bambini a realizzarle.

L’Arcivescovo ha detto che consacrate e consacrati sono cruciali per costruire insieme la Chiesa dalle genti…
A Milano ci sono tanti stranieri, ma possiamo pregare insieme e aiutarci a vicenda. Il fatto che siamo missionarie per i polacchi non vuol dire che siamo chiuse all’ascolto degli italiani o di tutti quelli che hanno bisogno. Questa è una ricchezza, pur mantenendo ciascuno anche le proprie tradizioni e la lingua.

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