Siamo richiamati ad avere uno sguardo paziente, non connivente con il male e nemmeno ingenuo, ma misericordioso

di monsignor Luca BRESSAN
Vicario episcopale

copertina 'Il campo è il mondo'

Stiamo all’inizio di un nuovo anno liturgico, ma soprattutto di un nuovo tempo liturgico. Come vivere l’Avvento nella prospettiva aperta dalla Lettera pastorale? « Siamo richiamati ad avere uno sguardo paziente», ci suggerisce il Cardinale. Uno sguardo «non ingenuo, non irenico, tanto meno connivente con il male; ma paziente della stessa pazienza misericordiosa di Dio».

L’Avvento 2013 diventa per noi l’occasione che ci è data per una educazione dello sguardo, che è poi una educazione di tutta la nostra persona e delle nostre comunità a diventare persone capaci di pazienza. « Con questa parabola – ci ricorda il cardinale Scola -. Gesù corregge amorevolmente i suoi, segnati dalla impazienza e dallo scoraggiamento di fronte alla confusione talora regnante».

L’impazienza che ci spinge a cercare risultati immediati, conferme certe e riscontri sicuri, è figlia della debolezza della nostra fede; è figlia di un modo troppo umano di intendere la sequela cristiana e la pratica del Vangelo. Essere pazienti significa al contrario essere capaci di speranza, quella virtù bambina, come ci ricorda il nostro Arcivescovo, che è tutto tranne che ingenuo ottimismo. È invece un potente antidoto alla rassegnazione e al cinismo con cui rischiamo di essere contagiati da quella «globalizzazione della indifferenza» che spegne i cuori, come ricorda spesso Papa Francesco, e rende i cristiani inefficaci, incapaci di trasformare la storia con l’amore ricevuto da Gesù Cristo e diffuso a piene tra gli uomini dallo Spirito.

Vivere l’Avvento nella prospettiva del “campo che è il mondo” significa perciò sentirci sostenuti nella fatica del quotidiano della nostra fede, sia individuale che comunitaria; significa sentirci invitati a tirocini educativi che ci facciano imparare come essere cristiani in questa società complessa e plurale. Quali sono questi esercizi? Il nostro Arcivescovo ce li racconta così: «Dobbiamo guardarci dal porre in alternativa minoranze creative e cattolicesimo di popolo. L’obiettivo a cui puntare non è tanto una presenza minima creativa, quanto l’essere “nuove creature”, assumendo e sviluppando tutte le dimensioni dell’uomo nuovo senza temere il futuro. La responsabilità della fede ci domanda di generare una realtà umana nuova, presente in tutti gli ambiti in cui l’uomo vive, spera e progetta il suo domani ».

E ancora: « I cristiani sono presi a servizio dal Seminatore e cercano, al di là dei loro limiti e peccati, di favorire la crescita del buon grano. Vedono, anzitutto in se stessi, la zizzania ma confidano nella longanimità del Seminatore. Toccano ogni giorno con mano la commossa cura di un Padre che, ponendo loro dolcemente una mano sotto il mento, rialza il loro sguardo e lo avvicina allo sguardo di Cristo ».

da Avvenire,16/11/2013

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