In un Duomo gremito da ottomila fedeli, il cardinale Scola ha presieduto la Celebrazione della I domenica dell’Avvento ambrosiano. Un periodo da vivere nella gratitudine e nella speranza per il Signore che viene

di Annamaria BRACCINI

I Avvento 2013

«Si apre per noi un tempo carico di fascino, perché non c’e parola umana più capace di slargare il cuore della parola ‘attesa’». Prima domenica dell’Avvento ambrosiano in Duomo, con l’Arcivescovo. In Cattedrale arrivano a migliaia, tante giovani famiglie con i bimbi, ma anche anziani, gente di tutte le età, per un momento importante, sentito dall’intera comunità ambrosiana che si ritrova per la Celebrazione vespertina con cui prende avvio l’intero percorso in sei Domeniche dal titolo, quest’anno, “Andarono senza indugio”, vissuto attraverso le Messe in Duomo presiedute dall’Arcivescovo. Sono presenti, ad animare e caratterizzare la liturgia, Comunione e Liberazione e il Movimento Apostolico; vengono proposti, prima della Celebrazione, alcuni brani musicali eseguiti al grande e storico organo della Cattedrale, proprio per prepararsi al meglio all’ascolto della Parola di Dio. Tutto parla di un’attesa che dà senso alla vita e che coinvolge la nostra libertà in modo impegnativo, ma affascinante, nota subito, il Cardinale.
«La venuta del Signore è un presente che ti riguarda e ci riguarda ora perché se aspettiamo Colui che viene vuol dire che la storia, in ogni tempo, ha un senso e una direzione, ha un fine», continua.
Ogni giorno, in ogni azione quotidiana, secondo quello che scriveva San Bernardo indicando anche un terzo avvento, un avvento intermedio, che unisce il Natale al ritorno del Signore e che è via, appunto, di speranza quotidiana, seppure molti sono i rischi a cui i cristiani sono esposti. Come quello della seduzione e dell’inganno «da parte di falsi profeti che approfittano del malessere diffuso e della confusione generale per divulgare le loro dottrine fallaci. Se siamo realisti e andiamo oltre il “politicamente corretto” non c’è bisogno di documentare l’attualità di questa affermazione evangelica». E, poi, ci sono le persecuzioni, i pericoli interni «come la freddezza di tanti nostri fratelli battezzati che hanno perso la strada di casa». Da qui la necessità di essere vigilanti e perseveranti nella fede: il pensiero va al martirio di chi «anche oggi, è chiamato a effondere il suo sangue per Cristo».
Eppure la morte non è mai, proprio in virtù dell’amore di Chi ci ha amati per primi, l’ultima parola.
«Affetti, famiglia, lavoro, condivisione della fragilità, educazione, edificazione di una vita buona: tutto ciò che siamo e facciamo sia ispirato, accompagnato e comunicato come frutto dell’amore vivente dello Spirito di Gesù risorto», ammonisce il Cardinale. Una missionarietà, questa, affidata a tutti e rivolta a tutti che trova un tempo privilegiato proprio nell’Avvento: tempo carico di speranza e di gratitudine per un Dio paziente che non smette mai di amare e perdonare, che non si rassegna al rifiuto dell’uomo.
Attesa che, aggiunge l’Arcivescovo, «rende nuovo il nostro volto e ogni nostra relazione», attesa alla quale educarsi con la preghiera, il rosario, la partecipazione all’Eucaristia anche in giorno feriale, con «qualche buona meditazione che irrobustisca in noi il pensiero di Cristo e con gesti di gratuità verso quanti sono nel bisogno».
E tutto perché «la testimonianza serena, libera, felice, forte negli ambienti dell’umana esistenza diventi il denso contenuto della nostra attesa che nulla teme, perché si affida a Gesù e confida».
E alla fine della Messa, il Cardinale, esprimendo il suo grazie a tutti i fedeli, agli amici di Cl e del Movimento Apostolico, lascia come una consegna, da portare nel campo che è appunto il mondo: «la fatica, le incomprensioni le difficoltà, le contraddizioni i peccati – conclude, infatti – , rischierebbero di annullare l’energia di vita, ma chi vigila e sente Gesù come imminente rigenera costantemente il suo io. La libertà che attende spera e la libertà che spera attraversa qualunque tipo di prova e la speranza fa crescere, inesorabilmente nel nostro cuore, la pace».

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