Don Alberto è il nuovo responsabile della Pastorale diocesana: «Un impegno che voglio onorare al meglio, vivendolo con umiltà e dedizione»

di Annamaria BRACCINI

Don Alberto Vitali
Don Alberto Vitali

«L’emozione è sicuramente forte, perché avverto per intero il significato e l’importanza dell’incarico che mi è stato affidato. La Chiesa è cattolica per definizione e, dunque, universale, ma non sempre si riesce a viverla e a comunicarla in questa sua dimensione. Ciò richiede un impegno continuo, convinto e tenace, che spero e voglio onorare al meglio». Don Alberto Vitali, 50 anni, prete ambrosiano, già coadiutore in alcune parrocchie e per più di un decennio nell’Ufficio nazionale di Pax Christi, è il nuovo responsabile dell’Ufficio per la Pastorale dei Migranti, con cui collabora da oltre due anni. Racconta i sentimenti di questi giorni e riflette: «Ripensando alla mia nomina, mi torna spesso alla mente il Salmo che dice: “Ti loderò Signore tra i popoli, a te canterò inni tra le genti”. Vorrei che questo fosse sempre anche il mio inno, vissuto con umiltà e spirito di servizio».

In questi ultimi anni la rilevanza della Pastorale dei Migranti è andata crescendo, di pari passo con l’incremento del numero degli immigrati e delle Cappellanie straniere. Quali le urgenze che attendono l’Ufficio diocesano in un contesto di meticciato delle civiltà, come ci ricorda il cardinale Scola?
Ritengo che anzitutto occorra porsi al servizio della fede dei migranti, dei quali abbiamo talvolta una visione un poco stereotipata. È certamente vero che la maggior parte di loro arrivano in Italia per migliorare la condizione economica e di vita; tuttavia spesso non si considera che il migrante, quasi sempre, è un credente – più del 50% degli immigrati in terra ambrosiana è cristiano – e ha una precisa domanda religiosa che deve trovare risposta. Crediamo tutti in Gesù e nello stesso Vangelo, ma dobbiamo tenere presente che le situazioni e le tradizioni in cui la fede dei migranti nasce e si radica è assai differente dalla nostra.

Insomma, bisogna capirsi meglio, venirsi incontro anche a livello linguistico e liturgico…
Sì. Il compito primario è questo, perché ci si possa aiutare nella crescita della fede, comunicando esperienze e sensibilità diverse con un guadagno per tutti, appunto a favore della cattolicità della Chiesa locale e universale. Bisogna essere consapevoli delle grandi difficoltà di carattere generale che si trovano a sperimentare quanti vengono magari dall’altra parte del mondo. Ciò può causare contraccolpi, “pause” e dimenticanza anche a livello del credere. Un pericolo sottolineato dall’Arcivescovo, e presente in particolare nelle nuove generazioni, che crescono in un contesto culturale completamente diverso da quello dei genitori. Su questo «fronte» la nostra Pastorale, con don Giancarlo Quadri, si è sempre impegnata in profondità e vuole proseguire.

Portando la Croce di San Carlo tra i migranti l’8 maggio, il Cardinale ha auspicato un cammino di accoglienza che, seppure con qualche lentezza, ci deve vedere ottimisti, ognuno con le proprie responsabilità. Come una primavera di speranza per il futuro, ha detto…
Faccio mio questo auspicio. Conosco il cardinale Scola da quando era Patriarca di Venezia e so quanto questo punto gli stia a cuore. Pur con le accelerazioni di mescolamento delle etnie a cui assistiamo tutti, deve esserci sempre una saggezza capace di coniugare pazienza e speranza.

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