La valorizzazione di una fascia giovanile oppressa dal precariato

di Alessandro ROSINA
Professore associato di Demografia all’Università cattolica

Alessandro Rosina

Se la crisi non ci aiuta a capire che bisogna ripartire dall’investimento sulla famiglia e dalla valorizzazione delle nuove generazioni, non sarà servita a nulla. È proprio sui temi della famiglia e dei giovani che la nave Italia si è incagliata, ben prima di essere sorpresa in tutta la sua vulnerabilità dalla tempesta della recessione. Abbiamo perso i punti di riferimento e ciascuno per proteggersi si è chiuso innescando una spirale negativa che ha trascinato tutti verso il basso. Anziché la strada maestra di un percorso di sviluppo in grado di premiare e incentivare le scelte virtuose attente alla persona e al bene comune, abbiamo imboccato la scorciatoia della soddisfazione degli interessi di parte e della difesa del bene-stare (non certo del ben-essere) del presente a scapito del domani.

L’enorme debito pubblico accumulato ben lo testimonia. Ma ancor più lo conferma il concomitante crollo delle nascite e il progressivo scadimento delle prerogative dei giovani nella società e nel mondo del lavoro. Non a caso questo è avvenuto in uno dei Paesi del mondo sviluppato che meno hanno investito in misure a favore delle coppie con figli e che meno strumenti ha dato alle nuove generazioni per evitare che la flessibilità potesse scadere in precarietà di vita.

Milano ha sofferto in questi ultimi decenni degli stessi mali del sistema Paese, alcuni anche accentuandoli. Qui da tempo i nuclei con un over 65 hanno superato quelli con figli minori. La popolazione che cresce maggiormente è quella degli over 80 e dei single. Ancora negli anni Novanta contavano più le famiglie con oltre due componenti rispetto a quelle unipersonali, oggi prevalgono nettamente le seconde. La crisi poi, anche nel capoluogo lombardo, ha colpito maggiormente i giovani che hanno dovuto intensificare ancor di più il ricorso all’aiuto dei genitori, comprimendo così il loro desiderio di autonomia e la possibilità di realizzazione di un proprio progetto familiare. Nel suo primo Discorso alla città il cardinale Angelo Scola è intervenuto con forza su questo aspetto, confermando la sua particolare attenzione verso le nuove generazioni. Ha avvertito, in particolare, quanto la loro marginalizzazione non produca solo un freno alla crescita economica e un impoverimento delle famiglie che devono sempre più farsene carico, ma anche disagio psicologico e malessere culturale. Eppure le nuove generazioni dispongono di un capitale umano e sociale particolarmente ricco. Non si tratta di considerazioni generali e di affermazioni basate su principi astratti, il Cardinale fa riferimento a una solida esperienza diretta quando afferma: «Nelle diverse occasioni di incontro che sempre ho avuto lungo il mio ministero con i giovani, ho toccato con mano la loro ricerca di senso e il loro desiderio di partecipazione alla vita comune, insieme a un’inevitabile e, per certi versi, comprensibile incertezza. In questa prospettiva integrale è un’urgenza primaria favorire la formazione e il lavoro delle nuove generazioni».

Le potenzialità di Milano sono maggiori rispetto al resto del Paese e se la crisi può diventare un’occasione di ripartenza, proprio la città ambrosiana può meglio di altre indicare la via e guidare il cambiamento.

Una delle principali sfide è quella del Welfare, da ripensare sia nella contingenza della recessione sia per mettere solide basi di un nuovo modello di crescita. Va soprattutto avviata una nuova stagione di politiche sociali centrate sulla persona e sulla promozione dei comportamenti socialmente virtuosi. Azioni orientate alla «valorizzazione delle capacità e del desiderio di fare», come indica un altro passo del Discorso alla città. Un invito che vale per i giovani, ma anche per gli immigrati, per le donne ma anche per gli anziani, per tutti insomma. Investire sulla persona, in concreto, significa fare in modo che ciascuno, in base ai propri talenti di partenza, sia messo nelle condizioni di dare di più. Non tanto e solo quindi un Welfare per ricevere, ma soprattutto per dare. Quanto si fa per aiutare "a fare di più" non è un costo per la collettività, ma un investimento, perché migliora il benessere del singolo e il suo contributo al bene comune. Le misure, in particolare, che riannodano lavoro e scelte di vita vanno esattamente in questa direzione.

Un Welfare attivo e responsabile, in definitiva, in cui ciascuno viene incoraggiato a mettere in campo quel poco o tanto che ha, per avere alla fine tutti di più. Un po’ come nel miracolo dei pani e dei pesci. Con la crisi – come nella parabola – ci sembra oggi di avere poco, ma sarebbe un errore rifugiarsi nell’individualismo per paura di perdere quello che si ha. Il miracolo della moltiplicazione si ottiene invece solo se ci si rimette in moto con la voglia di fare assieme, ponendo tutti nelle condizioni di dare il proprio pieno contributo. Tornando ancora alle parole del cardinale Scola: «Dalla crisi si esce solo insieme, ristabilendo la fiducia vicendevole».

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