Questo l’invito dell’Arcivescovo nell’omelia della V Domenica d’Avvento. La figura del Battista «testimone credibile e fedele» da prendere a modello per la nuova evangelizzazione

di Annamaria BRACCINI

scola avvento 2012

Vivere il Natale con vigilanza e condivisione, nella consapevolezza che il Signore ci aspetta sempre, perché «la sua attesa di noi e la nostra attesa di Lui», sono speranza certa. La quinta domenica dell’Avvento ambrosiano, in Duomo, dove prosegue la predicazione dell’Arcivescovo nelle celebrazioni eucaristiche che il Cardinale presiede, è un momento intenso di preghiera, fede condivisa, riflessione in vista dell’ormai imminente venuta del Bambino.

In Cattedrale, come sempre in queste Eucaristie, si affollano migliaia di persone, tanti i giovani, anche perché questa settimana, ad animare il rito, sono stati invitati l’Azione Cattolica ambrosiana – tra i concelebranti c’è monsignor Gianni Zappa, assistente ecclesiastico generale dell’Ac – e le Acli. E mentre il presepe del Duomo si illumina, l’Arcivescovo richiama la figura del Precursore, Giovanni Battista, da cui prende titolo appunto la quinta domenica. «Testimone credibile – lo definisce il Cardinale -, colui la cui vocazione e missione sono totalmente descritte nel fare spazio a un Altro». E, ancora, «testimone fedele, preso a servizio», nella stessa logica con la quale anche ognuno di noi può esserlo oggi.

Da qui il senso di una nuova Evangelizzazione e di una trasmissione della fede, che, come ha evidenziato il recentissimo Sinodo dei Vescovi, è compito urgente e chiesto a tutti i cristiani. Una novità della Chiesa che – lo dice con chiarezza il Cardinale – «non è necessariamente l’inedito, ma semmai un ritorno alle sorgenti, alle radici della nostra fede». Appunto perché non si tratta, come credenti, di fare «egemonia» – «su questo possiamo tranquillizzare i nostri interlocutori nel Paese» -, ma di testimoniare la bellezza della Chiesa che, come scriveva Ambrogio, «splende non di luce propria, ma di quella di Cristo».

Dunque un Natale che, nella Nascita per eccellenza, è una “nuova nascita” di conversione per il cristiano, a livello personale e comunitario, e un “nuovo inizio” anche per la società civile, per una realtà complessa, travagliata, multiculturale che ne ha evidente necessità. Il modello è il Battista, «co-agonista con Cristo» e mai antagonista, animato da quell’amore di cui ha parlato la pagina evangelica di Giovanni appena letta.

«Questo chiama in causa il nostro rapporto con ciò che prima dell’incontro con il Signore ci appariva importante e decisivo, i beni, che molto spesso diventano idoli e non, come dovrebbe essere, mezzo in funzione del Bene autentico». Pur consci del nostro “attaccamento alle cose”, occorre educarsi, specie nel tempo privilegiato dell’Avvento, allo spirito di povertà. «Nei giorni che ci separano dall’Epifania impegniamoci in qualche gesto di condivisione. Apriamo con libertà le nostre case, magari per un invito a tavola rivolto a quanti sono nel bisogno, nella povertà e nella solitudine».

Gesti, magari piccoli, ma concreti, raccomanda l’Arcivescovo, da compiere in prima persona: mai rimanere nell’astratto. Il Natale è troppo vicino per perdersi in teorie, pare suggerire, e, infatti, inizia la settimana, detta, in rito ambrosiano, “Ferie prenatalizie dell’Accolto”, Tempo de exceptato, cioè eccezionale, appunto per la sua rilevanza. E, allora, in conclusione il Cardinale, dice: «Partecipiamo, nei prossimi giorni, se si può, alla Messa quotidiana».

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