Redazione

L’attività lavorativa, in quanto azione umana, non può essere compresa unicamente in una relazione di scambio. Essa rimanda alla “logica del dono”. Non è tanto la quantità materiale dello sforzo fornito che determina il valore creato dal lavoro, ma la qualità dell’atto del lavorare. Se si segue questa interpretazione il valore del lavoro sarà incommensurabile e dunque trascendente ogni quantificazione economica.

di Cristiano Nervegna
Segretario nazionale Movimento lavoratori Azione Cattolica

Appare ormai sempre più chiaramente che stiamo vivendo un passaggio epocale che tocca da vicino il mondo del lavoro. Parlare, quindi, di lavoro come dono, mentre s’affermano i cosiddetti lavori atipici, definiti come “percorsi occupazionali” segnati dalla mancanza di uno o più tratti che connotavano invece il modello di lavoro nella società salariale fordista (subordinazione a un solo datore di lavoro, contratto a tempo indeterminato, impegno a tempo pieno, protezione legislativa o contrattuale…), può sembrare singolare. Gianni Manzone, con il suo libro Il lavoro tra riconoscimento e mercato. Per una logica del dono, sembra quasi riportarci al passato: riapre forse una ferita.

Cosa abbiamo fatto del lavoro? Ne parliamo ancora nei termini che la Dottrina sociale della Chiesa ci indica (Laborem Exercens n. 26: «Il metro della dignità del lavoro è l’uomo che lavora»)? I nuovi processi produttivi che richiedono un’accelerazione costante per essere sempre just in time, sono conciliabili con l’idea di lavoro come dono, consegnato nelle nostre mani con la creazione, e partecipe della redenzione, a opera della Resurrezione? La mia convinzione è che la distanza tra quanto sta caratterizzando questi cambiamenti e l’antropologia cristiana del lavoro, non soltanto possa essere colmata, ma rischia altrimenti di rendere sterile il vitale rapporto fede-vita, dequalificando impegno e testimonianza.

Il lavoro, come semplice attività retribuita, suscettibile di scambio e alla quale è socialmente riconosciuto un prezzo, aumenta tale distanza e diventa un’opera strumentale e accessoria rispetto all’identità essenziale del singolo, un’identità isolata nella sfera extraeconomica. L’attività lavorativa, in quanto azione umana e attività della persona, non può essere compresa unicamente in una relazione di scambio. Essa rimanda alla “logica del dono”. Non è tanto la quantità materiale dello sforzo fornito, quindi, che determina il valore creato dal lavoro, ma la qualità dell’atto del lavorare.

Il lavoro è atto umano, dono di sé. Il lavoro è all’origine del valore, ma in quanto dono. Se si segue quest’interpretazione il valore del lavoro sarà incommensurabile e dunque trascendente ogni quantificazione economica. Parlare di dono non appare neanche moralistico o astratto, come potrebbe sembrare. Per scoprire, di fatto, che il lavoro non è una merce, basta riferirsi al paradigma del “lavoro decente”: nel 1999 la buona occupazione viene evidenziata anche dal Bit, Bureau international du travail, di cui fanno parte 190 Paesi del mondo, che ha proposto l’uso della formula decent work, lavoro dignitoso, per parlare del lavoro a livello internazionale, per il Nord e il Sud del mondo. Intendendo con questo che il lavoro deve essere dignitosamente retribuito, favorire la crescita piuttosto che il consumo delle capacità di una persona, svolgersi in condizioni accettabili di ambiente, tempo e luogo, apparire nel tempo, a chi lo svolge, ragionevolmente stabile.

L’economista G. Akerlof riconosce che i lavoratori fanno dono all’impresa di un livello di sforzo oltre le regole di lavoro. Il dono è motivato, quindi, dai sentimenti dei lavoratori tra loro (senso di solidarietà) e dai sentimenti verso l’impresa (lealtà). I lavoratori aspettano dall’impresa la reciprocità attraverso il pagamento delle giuste paghe, poiché il fare doni è codificato in termini di norme di reciprocità.

Anche in questo senso il lavoro è dono, non come beneficenza, ma come dono libero, riscontrabile nell’insieme delle pratiche fondanti nuovi stili di vita. E dona dignità a chiunque quando si scambia alla pari, quando si compra un prodotto a un prezzo equo e remunerativo, e si assume un atteggiamento critico nei consumi, rispettando le culture e i territori. In questi stili di vita il lavoro realizza la vita comunitaria, il riconoscimento dell’altro nell’incontro e nella relazione. Non produce solo beni, ma aumenta la qualità dei legami.

A questo livello del discorso s’inserisce il contributo della fede cristiana, espresso nell’insegnamento sociale della Chiesa. Il lavoro come dono rimanda e richiama alla sorgente divina originaria che precede e rende possibile, con il suo Dono, ogni attività umana. È in questa prospettiva che appare il significato e l’urgenza di una rinnovata riflessione cristiana, teologica e morale sul lavoro.

La logica del dono può convivere con altre forme di scambio dentro un’economia di mercato proprio perché quest’ultima rimanda alla realtà antecedente a ogni convenzione e contratto, realtà che consente e crea il vincolo sociale. Il nostro rapporto con ciò che è senza prezzo e non commerciale rende possibile il dono come pegno di un riconoscimento mai raggiunto e oggetto delle lotte per il riconoscimento dell’uomo che lavora.

La lotta per il riconoscimento nei suoi vari livelli della stima sociale, del diritto e della solidarietà trova una speranza certa nell’annuncio della libertà cristiana: il lavoro è, quindi, anche luogo del riconoscimento. Il lavoro non si compra; più cerchiamo di trasformarlo in merce di scambio, più la nostra dignità di Figli risponde, difendendoci.

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