Don Alberto Vitali, collaboratore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale dei Migranti, presenta l’incontro dell’Arcivescovo con le comunità etniche nel Decanato di Turro

di Annamaria BRACCINI

Don Alberto Vitali
Don Alberto Vitali

Il mondo che è a Milano vuole incontrare lo «Spettacolo della croce» e il Cardinale, per questo, incontra loro: le comunità etniche, ormai numerosissime, che animano la nostra Diocesi. Potrebbe essere questo, in estrema sintesi, il senso dell’appuntamento pomeridiano che – ultimo dei quattro previsti per l’8 maggio – l’Arcivescovo ha deciso di condividere con il mondo dei migranti. «Il Cardinale arriverà con la reliquia del Santo Chiodo alle 18 nella parrocchia di San Giuseppe dei Morenti in viale Padova, che abbiamo scelto come luogo particolarmente significativo in un quartiere “multietnico” per eccellenza, ma anche per l’impegno profuso, da diversi anni su questo fronte dai fedeli, dal parroco don Adrio Cappelletti e dagli altri sacerdoti del decanato Turro che il Cardinale avrà modo di conoscere», spiega don Alberto Vitali, collaboratore dell’Ufficio diocesano per la Pastorale dei Migranti.

Come si svolgerà questo momento?
Sono state invitate tutte le comunità presenti a Milano. Inizieremo verso le 17 e concluderemo verso le 19 con due animazioni teatrali realizzate rispettivamente dalla Compagnia sudamericana “Alma Rosé” e da una filippina e salvadoregna. Inoltre ogni gruppo etnico rappresenterà in forma artistica – attraverso poesia, canto e drammatizzazioni sceniche – una propria testimonianza sull’esperienza della migrazione. Anche il titolo dell’incontro “In ascolto dei migranti, moderni cirenei” vuole indicare la logica con cui vogliamo proporre questo importantissimo ambito della convivenza civile, rimanendo uniti e con lo sguardo rivolto alla croce del Signore Gesù. I migranti sono davvero i “nuovi cirenei” che pur arrivando nelle nostre terre per necessità materiale, si fanno, poi, carico delle nostre urgenze, nella cura, per esempio, di anziani e bambini. Persone che, magari, non vedranno crescere i loro figli, rimasti nei Paesi di origine, e che invece accudiscono i nostri piccoli, gente che non assisterà i propri genitori, ma si prende cura qui dei vecchi e delle case, aiutandoci a vivere meglio. Vogliamo, quindi, chiedere ai migranti di rappresentare e di raccontare l’esperienza e i sentimenti con cui sperimentano la vita quotidiana.

Il Cardinale parlando della presenza o di un «meticciato di civiltà», nota la necessità di esserne consapevoli. L’incontro vuole essere anche un modo per rendere visibile questo fenomeno epocale?  
Certo. Direi, non solo visibile, ma qualcosa di più. La Professio fidei con i suoi quattro incontri e la grande riunione serale in piazza Duomo è un’occasione straordinaria per prendere coscienza che i migranti non sono unicamente persone mosse dal bisogno, ma donne e uomini portatori di valori, esperienze, speranze, civiltà, ricchezza umana. Non dimentichiamo che il 50%, da qualunque parte del mondo provenga, è cristiano. La loro domanda è la nostra e abbiamo il dovere di rispondere anche, e forse soprattutto, alle aspettative della fede che condividiamo. Ritrovarsi insieme, a vedere lo “Spettacolo della croce” approfondirà la conoscenza reciproca, ci renderà più amici e fratelli.

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