Presiedendo la Celebrazione di ringraziamento per la Canonizzazione di Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, il Vicario generale, monsignor Mario Delpini, ha indicato la forza che nasce seguendo l’esempio di coscienze vigili, come furono quelle dei due nuovi Santi

di Annamaria BRACCINI

Canonizzazione di Giovanni XXIII_Giovanni Paolo II_Delpini

«Guardate a questi uomini santi per imitarli, ascoltate le loro parole perché vi aiutino a scegliere il bene e a percorrere la via che porta alla santità, affidatevi alla loro intercessione per attraversare questo tempo con fiducia e una limpida testimonianza nei confronti del Vangelo».

Con ancora negli occhi e nel cuore le immagini indimenticabili della Canonizzazione, in piazza san Pietro, di fronte a più di un milione di fedeli, dei due Papi santi, il richiamo a volgere lo sguardo alla loro esemplarità, risuona tra le navate di un Duomo in festa. Nella nostra Cattedrale – il Cardinale è a Roma dove ha concelebrato con il Papa, il Papa emerito e un migliaio tra Cardinali, Vescovi, preti provenienti da tutto il mondo – la Messa di ringraziamento della Diocesi è presieduta dal Vicario generale, monsignor Mario Delpini, che, per l’occasione, porta la casula e il camice indossati e donati al Duomo da Giovanni Paolo II nella sua visita del 1984.

Moltissimi i fedeli, on mancano le Comunità Pastorali intitolate a Giovanni Paolo II di Milano-Greco, di Pero e di Dolzago, molte realtà e singoli che coltivano un legame e una devozione particolare per i due nuovi Santi. Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, il Papa «della docilità allo Spirito santo» e quello «della famiglia», come li ha definiti, nell’omelia della Canonizzazione, papa Francesco. Uomini di fede e di coraggio, la cui immagine è – lo dice il Vicario generale – «come un grido che risveglia le coscienze, che apre gli occhi per riconoscere la verità e dona forza per vivere nella verità».

E se «la santità è un segno dell’evento della Pasqua che attraversa i tempi e la Canonizzazione l’esercizio del magistero della Chiesa che, guidata dallo Spirito Santo, continua la sua missione in questo tempo», a ciascuno di noi è affidata la responsabilità di «portare a compimento la propria vocazione».

Da qui, un appello chiaro nella sua essenzialità: «svegliatevi dunque coscienze addormentate, libertà assopite, pensieri intorpiditi, svegliatevi per vivere la vostra vocazione, per rinnovare la fiducia in voi stessi e riconoscere la grandezza dell’opera che Dio vi ha affidato. Svegliatevi per vivere in pienezza la vostra dignità e libertà di figli di Dio». Quella libertà in Cristo che, sola, riesce a costruire davvero la pace, come dimostrarono ampiamente Roncalli e Woytjla, entrambi cercatori appassionati di verità e di giustizia anche nella storia, attraverso ciò che il cardinale Scola, in queste ore, ha chiamato il loro “stile pastorale”, avendo definito già da tempo Giovanni Paolo II “il Papa della libertà”. Basti pensare all’Enciclica “Pacem in terris”, pubblicata da san Giovanni XXIII mentre il mondo era sull’orlo di un nuovo conflitto mondiale o alla la “Redempor Hominis” di san Giovanni Paolo II, citate entrambe da Delpini. E, anche in questo caso, il richiamo alla consapevolezza condivisa è senza mezzi termini: occorre una conversione del cuore, per divenire «gente disponibile a credere che la pace sia possibile e che i popoli possono convivere pacificamente, disponibile a crederci fino al sacrificio. Svegliatevi coscienze addormentate per costruire un’epoca nuova di pace».

E ben si comprende, allora, il tono vibrante con cui queste parole vengono scandite: in gioco c’è tanto, anzi tutto, il futuro, la possibilità di una nuova giustizia, di un nuovo modo di vedere il mondo e le cose, contro un «un benessere così esagerato e così precario che il timore di ritrovarsi poveri diventa un’ossessione che addormenta lo spirito critico e fa ammalare di egoismo e di malumore»; contro una realtà dove «il vero si confonde con il falso, il particolare e la minuzia ricevono più clamore dell’essenziale e dell’universale»; contro «la paura di restare soli se non si ripete quello che dicono tutti, la paura di essere circondati di disprezzo e di insulti se si rende testimonianza alla verità essenziale sull’uomo, sulla donna, sulla vita, sulla morte, su Dio»; contro «lo scoraggiamento che diviene rassegnazione con l’impressione di non contare niente, di non poter fare niente, perché chi decide è sempre altrove»; contro un «lasciar fare che rende tutto tollerabile, anche ciò che sembrava un principio di rovina per l’intera società».

Il dubbio è che «la coscienza anestetizzata» sia una comoda via di uscita, un sottrarsi alla responsabilità perché «una coscienza vigile non può sopportare che per risolvere un problema tra popoli si parli di guerra»; non può tacere di fronte alle vittime innocenti di conflitti insensati – e non solo quelli combattute con il rumore le armi, ma anche quelli più subdolamente sempre presenti nella lotta per il danaro e per il potere – perché, appunto, una coscienza vigile «avverte ripugnanza per la menzogna, la mistificazione e l’omologazione del pensiero», rispondendo, invece, con «entusiasmo all’appello del bene».

Questo, al di là dell’emozione e commozione di questi giorni, rimane: l’esempio di uomini giusti che non si sono mai arresi, nelle loro intere, intense esistenze, alla “banalità del male”. Santi del XX secolo per insegnare alle donne e agli uomini del Terzo millennio come sia possibile non perdere mai la speranza.

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