Il Vicario episcopale per il clero, monsignor Peppino Maffi, spiega come la Diocesi di Milano prepara al ministero ordinato e anche in seguito continua a proporre un cammino di studio, preghiera e riflessione

di Luisa BOVE

Da anni la diocesi ambrosiana investe sui preti e sui diaconi. Non solo nella preparazione al ministero ordinato, ma anche dopo, garantendo una formazione permanente a tutti. «In particolare il cardinale Martini ha speso molto della sua riflessione su questo versante – dice monsignor Peppino Maffi, Vicario episcopale per il clero -. L’intuizione è sempre questa: il presbitero diocesano (non tutte le persone consacrate) ha come obiettivi chiari sia l’aspetto della conoscenza del Signore, della lode e della contemplazione a lui, sia della conoscenza e valorizzazione delle persone che ha davanti e alle quali deve portare il Vangelo. Deve quindi essere innamorato della gente, ma per fare questo è fondamentale che sappia leggere questo mondo che cambia per poter dare risposte adatte. Quindi c’è bisogno di confronto, di dialogo e di ascolto da parte di persone che sanno interpretare in maniera saggia e buona il vissuto che è nelle nostre mani».

Cosa significa, in un contesto sociale ed ecclesiale come quello di oggi, accompagnare i sacerdoti nel loro delicato compito di ministri? Penso al surplus di lavoro dei preti quando cambia la fisionomia delle comunità, alle chiese che si svuotano, alle difficoltà a volte di aggregare i giovani, a un mondo adulto sempre più impegnato e schiacciato dai problemi…
Ciò che diventa decisivo è che un presbitero si veda sempre come un uomo di Dio che cammina in mezzo al mondo di oggi, richiamando se stesso e gli altri alla presenza del Signore. Per fare questo occorre veramente essere dotati di una forza interiore che permette di stare dentro alle pagine belle e interessanti della vita (e oggi ce ne sono ancora tantissime), ma anche a quel mondo variegato che a volte sembra indifferente al fatto religioso in genere e al cammino della Chiesa. È importante allora il richiamo continuo a essere custodi della qualità della nostra vita perché abbiamo a dare il meglio di noi, il meglio di ciò che appartiene alle persone che incontriamo. Da una parte dobbiamo andare in profondità, meditare e riflettere, dall’altra avere la capacità del confronto e del dialogo, in questo senso è auspicabile continuare a pensare anche a modalità di vita fraterna e comune.

Quali sono i “luoghi”, non solo fisici, ma anche spirituali, da cui un prete può attingere per arricchire e rimanere fedele al suo ministero…
C’è l’opportunità di fare alcune scelte che sono comunque molto arricchenti. In questo mondo segnato dalla secolarità e da attenzioni che mirano a ciò che appare, ci sono grandi richiami nella nostra Chiesa a cammini di spiritualità di grande spessore, penso per esempio ad alcuni monasteri, luoghi dove si fa un percorso serio di confronto con il Signore. Credo che l’aspetto della preghiera e dello stare in silenzio davanti a Dio è davvero importante e da custodire in maniera assoluta. Ma sono anche del parere che ci sono luoghi di incontro, segnati soprattutto dalla fragilità dell’uomo, nei quali il prete deve abituarsi a stare dentro.

A che cosa si riferisce?
È una grande sfida, ma vedo come cambia la prospettiva di tanti nostri seminaristi quando per un anno vivono un servizio in carcere (al Beccaria, a San Vittore o a Busto Arsizio) oppure negli ospedali (Niguarda, Sacco, Istituto dei tumori…). Quando si misurano in modo pacato e serio con queste fragilità, la vita li interpella e spesso escono con le migliori risorse che possiedono. Quindi è importante da una parte frequentare i luoghi del silenzio e della Parola, dall’altra stare in mezzo alla gente e alle loro fatiche.

Quali sono gli aspetti della formazione sui quali puntate con tutti i preti indipendentemente dall’età?
Il primo aspetto da custodire e far crescere è il gusto dello studio e della ricerca, su questo la nostra Chiesa milanese e in particolare il Vicario generale si è speso molto negli ultimi anni. È importante che i preti escano dal Seminario avendo davanti un percorso di studio, non necessariamente di alto profilo o che porti alla Licenza, ma che abiliti sempre la persona. Ad esempio chi lavora in ambito oratoriano potrebbe frequentare qualche corso di pedagogia. Anche chi è in età adulta e anziana dovrebbe sempre dedicare del tempo, magari una mattina alla settimana, a leggere e a riflettere. Questa, secondo me, è la base su cui si innesta tutto quello che la Formazione permanente del clero mette a disposizione ogni anno.

In qualche modo si scardina l’idea che il prete ambrosiano sia solo il prete del “fare”?
Certo, abbiamo questa bella peculiarità: siamo generosi e soprattutto attenti alla gente che ci è accanto, però è anche cresciuto il gusto per la preghiera e per lo studio. Il prete in questo va aiutato, ma si sta camminando in tal senso.

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