Retrospettiva del pellegrinaggio che dal 17 al 20 giugno ha festeggiato i 110 anni dell’associazione e ha tenuto a battesimo la linea ad alta velocità Ntv Milano-Ancona. All'interno tutte le photogallery

di Claudio MAZZA

pellegrinaggio loreto

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Da Lourdes a Loreto. Non cambia solo la destinazione, ma anche la tipologia dei treni. Non carrozze tipo quelle per “pendolari” – già scomode per i brevi viaggi regionali, ma massacranti se l’ora viene moltiplicata per 10, 15, a volte 20. I treni dell’Unitalsi Lombarda, per una volta, hanno invertito rotta e preso i colori di Italo, portando a Loreto 450 pellegrini e malati delle diocesi lombarde. Un viaggio solidale, ad alta velocità. «Grazie a Italo si avverato un sogno – racconta Vittore De Carli, presidente dell’Unitalsi Lombarda -. Da tempo coltivavamo l’idea di mettere a disposizione dei malati un viaggio confortevole».

Partenza da Milano lunedì 17 giugno, alle 12.56: ad accogliere i pellegrini al binario 13 della stazione di Porta Garibaldi il vicepresidente lombardo e assessore alla Salute, Mario Mantovani, accompagnato da De Carli e Dante D’Elpidio, vicepresidente nazionale. Tre ore più tardi si arriva ad Ancona, dove salgono per porgere il benvenuto il sindaco di Loreto, Paolo Niccoletti, e Paola Giorgi, assessore regionale e unitalsiana doc, accompagnati da Giuseppe Pierantozzi, presidente dell’Unitalsi marchigiana, e da monsignor Decio Cipolloni, vicario generale della prelatura pontificia lauretana. Dopo il trasbordo sui pullman si raggiunge Loreto in meno di mezz’ora.

Si ritorna nel primo pomeriggio di giovedì 20 giugno. Ad aspettare i pellegrini, malati e disabili dell’Unitalsi lombarda, nella stazione di Ancona, ci sono ancora le undici carrozze amaranto di Italo. La stanchezza delle tre giornate lauretane si stempera un poco a bordo delle confortevoli carrozze che riportano gli unitalsiani lombardi a Milano in un tempo brevissimo, mai immaginato prima d’ora su questa tratta ferroviaria.

Dal dimezzamento dei tempi di percorrenza hanno tratto vantaggio sia i pellegrini, giunti a destinazione più rilassati, sia le ore di permanenza a Loreto. Le consuete celebrazioni hanno potuto svolgersi già nel tardo pomeriggio di lunedì con la preparazione alle confessioni, entrando poi con calma nel vivo del pellegrinaggio, conclusosi giovedì con il commiato dalla “Madonna nera” e la discesa ad Ancona per il ritorno a casa. Nei due giorni si sono potute svolgere senza affanno le recite del Rosario meditato, la Via Crucis, la benedizione eucaristica, le messe quotidiane (all’alba quelle dei volontari, poi a disposizione dei malati) e la conclusiva processione aux flambeaux.

Il fascino di Loreto

Contrariamente ai molti santuari mariani, sparsi nel mondo, qui la Madonna non è mai apparsa, né mai ha parlato. Eppure è di casa a Loreto, perché sul più bel colle della Riviera del Conero c’è proprio la sua casetta di Nazareth. Il miracolo sta nel come sia arrivata fin qui. La tradizione vuole che a portarcela siano stati gli angeli in volo. Ma l’evento trova più concrete ipotesi nella fuga dei Crociati dalla Terra Santa. Nel 1291, ripiegando dalla Palestina verso l’Illiria (l’attuale costa dalmata), alcuni Crociati, dopo averne divelto i mattoni, portano con loro la casetta di Maria, custodita fin dal secondo secolo dentro una chiesa sinagogale. Nel santuario mariano di Tersatto, presso Fiume (oggi in Croazia), si fa memoria dell’arrivo di quelle “sacre pietre”, che tre anni più tardi ritroviamo sull’opposta sponda dell’Adriatico, dove approdano nella notte tra il 9 e il 10 dicembre 1294 nel porto di Recanati, da cui ripartono per assestarsi sul colle dove tuttora dimorano. L’archeologia asseconda il racconto: l’impasto dei mattoni è tipico della Palestina e non dell’Italia.

La casa si sviluppa su tre lati: a Nazareth appoggiava a una grotta ancor oggi visibile, mentre a Loreto è stata chiusa con una quarta parete su cui aggetta l’altare che reca la scritta: “Qui il Verbo si è fatto carne”. Anche la “Santa Casa” lauretana è racchiusa dentro un monumentale complesso marmoreo progettato nel XVI secolo dal Bramante ed eseguito dal Sansovino. Come uno «scrigno che contiene una perla», per usare una felice espressione di Santa Teresa di Lisieux. E lungo il gradone che circonda il complesso due solchi paralleli testimoniano la devozione secolare dei pellegrini che strusciano le ginocchia mentre recitano il Rosario.

La casetta della Madonna nera

Molto particolare anche l’immagine della Madonna che si venera dentro la “Santa Casa”: si tratta di una Madonna nera. La statua lignea, già scura di suo perché scolpita in cedro del Libano, è andata scurendosi ancor più col tempo per l’effetto fumigante di ceri e lampade a olio. Guardandola corrono alla mente le parole del Cantico dei Cantici: “Nigra sum, sed formosa… Sono mora, ma molto bella…”. Per la piccola Aurora, 6 anni, di Mariano Comense, in pellegrinaggio a Loreto con mamma Emanuela e i nonni Paolo e Agnese, la statua è piccolina come lei, ma «è più scura perché vive vicino al mare e prende tanto sole». Piccola la statua, ma anche la casetta: «Non ci sono le sedie e il tavolo, però ho detto le preghiere con la mamma».

Nelle parole ingenue di una bimba di sei anni c’è la semplicità del pellegrinaggio a Loreto. Un viaggio a dimensione familiare. Qui si viene a trovare la Madonna, bussando alla porta di casa sua e scambiando con lei parole e gesti come si fa in casa di parenti e amici. Qui sani e malati si ritrovano l’uno accanto all’altro come in famiglia. Qui si prega guardando in faccia, dal vivo, i misteri dolorosi e gaudiosi del Rosario, come facevano i nostri nonni nel cortile di casa.

Giorni intensi, quelli vissuti dai pellegrini dell’Unitalsi Lombarda. La gioia della condivisione e della fraternità era dipinti sui loro volti. E lo rimarranno a lungo. Malati e disabili, barellieri e dame, sacerdoti e medici hanno pregato insieme, dentro e fuori la “Santa Casa”, allacciando o consolidando amicizie sotto l’occhio materno di Maria. Anzi, seduti fianco a fianco, nell’intimità della sua casa.

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