Redazione

Quanta strada ha fatto il nostro Paese in cinquant’anni di lavoro? Possono rispondere, più di tante statistiche, tutti quelli che hanno avuto un nonno contadino, un papà operaio e che adesso sono alle prese, in prima persona, con il terziario della precarietà.

di Stefania Cecchetti

I racconti di infanzia di mio padre fanno ormai parte di me. Piano piano, sono andati a formare quel senso di appartenenza a un passato che è così importante per ciascuna persona. Così, adesso so che prima di me ci sono state la casa colonica in Umbria, dove vivevano 19 persone; l’estate e i campi; il pane senza sale preparato dalle donne una volta alla settimana e conservato nelle madie; il giornale letto davanti al fuoco per tutti, nelle sere d’inverno.

Ai miei occhi di bambina di città, quelle storie sembravano più favole, che un passato realmente accaduto. Eppure i protagonisti erano persone vive e conosciute, che mi coccolavano, felici di avermi finalmente lì con loro, durante le vacanze estive: il nonno Antonio, con la sua bicicletta, la stessa con cui da giovane andava a vendere il latte per la campagna. Lo zio, emigrato in Svizzera e poi tornato fra le sue colline. La nonna che andava a prendere l’uovo nel pollaio e mi preparava lo zabaione, come probabilmente aveva fatto per mio padre e gli altri suoi figli.

Non deve essere stato facile, essere contadini – mezzadri – nell’Italia del secondo dopoguerra. Eppure, quando papà ne parla, traspare sì la fatica vissuta, ma soprattutto si percepiscono orgoglio e dignità . E anche io sono orgogliosa di avere origini contadine. Da qualche anno trascorro l’estate nella casa di campagna della famiglia di mio marito, in Toscana, e la gente di lì mi piace: mi sembra che abbiano una saggezza e un saper vivere eccezionali e io credo proprio che sia perché sono stati contadini. O magari è solo perché respiro un’aria simile a quella che mi porto dentro nel Dna.

Immagino allora cosa deve essere stato, per mio padre, fare la valigia e trovarsi solo, a diciassette anni, a Milano. Probabilmente un misto di eccitazione e paura. E a questo punto partono gli altri racconti, quelli del giovane in cerca di una camera in affitto, costretto a spiegare ai padroni diffidenti che no, non era un “terrone”, perché l’Umbria è vicina a Firenze. Erano ancora lontani i tempi del boom turistico odierno: adesso, l’Umbria, sanno tutti benissimo dov’è e un rudere in campagna, dalle parti di mio papà, si vende a peso d’oro, conteso tra milanesi, tedeschi e inglesi.

Anche le descrizioni della Milano degli anni Sessanta parevano irreali, alla bambina che le ascoltava. Mi figuravo mio padre, mezzo addormentato nella nebbia d’inverno, aspettare l’amico che veniva a prenderlo in vespa per andare in fabbrica e l’immagine mentale che saltava fuori sapeva molto di quei film in bianco e nero che mia mamma guardava la domenica pomeriggio, mentre stirava. Me lo vedevo anche litigare con il capo, mollare il lavoro a metà mattina e andarsene, sempre insieme al solito amico. Allora si poteva anche mandare il padrone a quel paese, se ti trattava male, tanto gli operai specializzati trovavano un altro lavoro in un batter d’occhio.

Oggi le cose sono un po’ diverse. Ed è sempre mio padre che me lo ha spiegato, quando, poco prima della pensione, era ormai diventato un dirigenze d’azienda. Altri racconti ancora, come quello del collega lasciato a casa a cinquant’anni, ancora lontano dalla pensione e con nessuna prospettiva davanti. O quello della segretaria rientrata dalla maternità con un part-time e sottoposta a mobbing feroce, nel tentativo di convincerla a licenziarsi.

A volte, più che racconti, sono scene vissute da me in prima persona, come quella del giovane brianzolo, assunto da papà con contratto di formazione, che arriva a casa nostra, alle sette di mattina, con un pollo ruspante, omaggio alla gentil signora. E mia mamma, con tanto d’occhi, alla domanda: «Signora, scusi il disturbo, posso lasciarle la bestia?». Cosa non si fa per un posto sicuro al giorno d’oggi…

Eccoci arrivati dai racconti alla realtà: quella del terziario avanzato, dei lavori che si inventano e, purtroppo, della precarietà. Una realtà che non ho provato sulla mia pelle, perché io sono fortunata, faccio la giornalista e ho un posto di lavoro. Ma che incontro tutti i giorni nelle parole dei tanti amici che non hanno un posto fisso. Quanta strada ha fatto l’Italia in cinquant’anni: mio nonno lavorava con l’aratro; mio padre prima davanti a un tornio, poi a una scrivania. I miei coetanei lavorano col computer. Spesso non lavorano affatto.

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