Responsabilità della Chiesa ambrosiana è di essere tra le fonti vive di quella rigenerazione di cui la metropoli e l'Italia hanno davvero bisogno

di Mauro MAGATTI
Sociologo dell’Università Cattolica di Milano

Mauro Magatti

Da quando è nato lo Stato unitario, a Milano è piaciuto pensarsi come la capitale morale dell’Italia. Città guida del cambiamento, capace di trovare una sintesi avanzata tra la dimensione spirituale e quella materiale. Una autodefinizione guadagnata sul campo, grazie alle tante e qualificate iniziative imprenditoriali, culturali, religiose e politiche che hanno segnato la città e indicato la strada all’intero Paese. Una tale identità è il frutto più prezioso dell’ambrosianità di Milano, che è un misto di concretezza e di profondità, di laboriosità e di generosità, di cattolicesimo e di illuminismo. Capace di coniugare efficienza e solidarietà. Un’ambrosianità che è stata capace di fare di Milano una città al tempo stesso popolare e avanzata, a cui si guarda come luogo di libertà, dove le capacità personali di tutti possono trovare piena espressione. Anche l’ultima ondata di modernizzazione – chiamiamola genericamente post-industriale – non a caso è partita da qui. La Milano da bere degli anni ’80, la città della moda e del design, delle televisioni e della medicina. Poi è venuta Tangentopoli e la Seconda Repubblica e Milano è diventata l’epicentro del tentativo italiano di fare i conti con la globalizzazione. Tra qualche luce e molte ombre. Per quanto resti indubbiamente la città italiana di riferimento, Milano deve ancora compiere la transizione al tempo nuovo, quello che si inaugura con la crisi e soprattutto il post-crisi. Certamente, il capoluogo lombardo continua a rimanere un importante nodo della rete globale grazie ai suoi molti centri di eccellenza nei campi dell’economia (moda, design, media), della ricerca (università, grandi ospedali), dell’arte (Brera, La Scala), dello sport. Nonostante le difficoltà di questi anni, Milano è città dinamica e attiva che continua a essere "terra di mezzo" attraversata da flussi ed eventi di grande rilievo. Soprattutto, Milano rimane l’epicentro – senza esserne "a capo"- di una vasta area che copre tutta l’Italia del Nord – e che da Torino va fino a Firenze e Bologna per arrivare a Padova – e che costituisce una delle regioni più avanzate e integrate di tutto il mondo occidentale. Eppure, Milano sembra faticare a compiere questa nuova transizione. Tanto sul lato materiale quanto su quello spirituale. Vuoi per lo scollamento tra i suoi tanti imprenditori globali e la città; vuoi per l’indebolimento della borghesia industriale che era stata protagonista della fase storica precedente; vuoi per il peggioramento delle condizioni di lavoro di tanti cittadini; vuoi per la frammentazione che caratterizza oggi il suo tessuto sociale; vuoi, infine, per la trasformazione culturale che rischia di appiattirsi alla logica iper materialistica dello sfruttamento a breve termine, sta di fatto che Milano in questa fase appare confusa, priva di una narrazione condivisa, di uno scopo comune. Le sue numerose componenti paiono faticare a ritrovarsi. Così che tutto sembra disperdersi e consumare tanto il tessuto economico quanto il tessuto morale. La crisi poi ha radicalizzato i problemi, mettendo Milano di fronte a una nuova sfida: per realizzare la transizione alla nuova fase storica, Milano ha bisogno di ricomporre a un livello più avanzato ciò che l’ha da sempre caratterizzata: la sua attitudine "pratica" – che passa dall’applicare, dal saper fare, dalla laboriosità – e la sua vocazione spirituale, che le deriva dal suo patrimonio religioso e umano che hanno nel corso dei secoli alimentato la dimensione  estetica (arte, bellezza, gusto) e quella sociale-solidaristica. Una tale difficoltà è sintomo del fatto che Milano deve ancora completare quel salto cognitivo senza il quale non si può stare dentro i processi della contemporaneità. Come se non disponesse ancora in misura adeguata del livello tecnico, estetico, spirituale che segna così profondamente il tempo che viviamo e che costituisce la "sostanza", per così dire, della "immaterialità" post-moderna. Raggiungere un tale livello – per Milano come e più che per il resto del Paese – è condizione necessaria per tornare a esprimere quella dinamicità creativa che vorremmo ci caratterizzasse e che, sola, ci può rendere interessanti nel mondo. Ma senza la quale Milano rischia di finire semplicemente fuori corso. Il segnale che questo passaggio non è stato compiuto è l’aumento forte delle disuguaglianze interne. Milano si è proletarizzata, perdendo così un po’ della sua matrice popolare. In un momento in cui l’Italia intera sembra aver smarrito la strada, Milano ha il dovere di tornare a essere quel laboratorio che da secoli la caratterizza. Riproponendosi come la capitale morale. Se guarda alla sua storia, Milano sa che, per fare tutto questo, occorre prima di tutto e fondamentalmente una rivoluzione morale che sia capace di ricombinare di nuovo e a un livello più avanzato, tecnica e spirito, fede e ragione, merito e solidarietà. Ma questa rivoluzione semplicemente non sarà possibile se, come dimostra la storia degli ultimi decenni, non vedrà i cristiani in prima linea nel costruire una nuova sintesi tra le diverse dimensioni dell’umano. Non può essere che questa la responsabilità della Chiesa ambrosiana: essere una delle fonti vive di quella rigenerazione di cui Milano e l’Italia hanno bisogno.

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