L’approfondimento di un aspetto trattato dall’Arcivescovo: una visione che va oltre la realpolitik

di Filippo PIZZOLATO
Professore associato di Istituzioni di diritto pubblico, Università degli Studi di Milano-Bicocca

Filippo Pizzolato

Nel Discorso alla città il cardinale Scola ha chiamato in causa la funzione essenziale della politica. La si riconosce titolare di un compito di guida della società, per il quale è però necessario che la politica stessa si liberi dall’ottica angusta della realpolitik e cioè della mera gestione del potere. Il passaggio si inserisce bene nell’argomentazione complessiva del Discorso, che individua una ragione etico-antropologica alla radice della crisi economico-finanziaria in atto.

Proprio la delineazione della natura di questa radice consente di comprendere perché al superamento di questa crisi non basti una, pur certo utile, correzione di tipo tecnico, quale potrebbe essere suggerita dalla scienza economica, ma esiga che sia ripensato in profondità il modello antropologico al quale la società e il mercato appaiono serventi. In particolare, all’origine della crisi si coglie la deriva culturale di tipo individualistico che la modernità ha imboccato, mettendo al centro un uomo di cui sono recisi i legami sociali e le radici storiche e di cui si lusinga un desiderio narcisistico e insaziabile.

Questa ragione individualistica che, inevitabilmente, tutto brucia e consuma nell’arco del presente alimenta un mercato svincolato da un’idea di responsabilità sociale e politica. A ben vedere, la centratura individualistica e la conseguente assenza dell’orizzonte dell’altro da sé e del domani, in nome di un "io-qui-adesso", sembrano poter spiegare la contemporaneità drammatica dell’esplosione delle crisi finanziaria e ambientale, entrambe accomunate da un problema di sovra-consumo o di consumo squilibrato e dunque insostenibile.

Risulta pertanto del tutto condivisibile e anzi urgente richiamare, in questo contesto, la funzione essenziale della politica, da intendersi, in democrazia, come recupero di una capacità auto-riflessiva della comunità (un "noi") di pensare il proprio presente e il proprio domani. La dimensione politica è dunque, anzitutto, recupero di uno sguardo comunitario e progettuale sulla vita degli uomini. E tuttavia non può sfuggire che la stessa azione politica, per tornare a svolgere l’invocato ruolo «di impostazione e di guida» sociale, deve guarire dallo stesso male che affligge anche la società e il mercato. L’azione politica è infatti diventata incapace di progetto e sempre più ripiegata nella gestione spesso spregiudicata del potere. Ciò che per l’economia è la speculazione finanziaria e per l’ambiente uno stile di consumo predatorio, nella politica si manifesta sotto forma di brevità o meglio di angustia degli orizzonti delle decisioni. La ristrettezza della decisione politica riguarda la dimensione dello spazio, in quanto la politica non riesce a darsi un contesto istituzionale efficiente oltre lo Stato-Nazione, in sé ormai insufficiente, e anzi fatica a mantenere coeso perfino quel livello. La ristrettezza riguarda anche la dimensione del tempo, in quanto la politica appare inchiodata al condizionamento dettato dal breve ciclo elettorale, ossessionata dalla risposta al sondaggio, incapace di un pensiero di trasformazione sociale.

Sia consentito osservare come uno dei sintomi più evidenti di questa povertà della politica si possa cogliere nel sistematico e spesso sguaiato attacco che subisce l’idea che esista un livello costituzionale delle regole, e cioè un respiro lungo, culturale, un orizzonte più stabile, da preservare dall’azione contingente e dagli interessi delle maggioranze di turno.

Della dimensione costituzionale, e cioè di un’idea condivisa di convivenza e di cooperazione per l’oggi e per il domani, si sente vitale bisogno e non più solo entro l’orizzonte nazionale, bensì anche per l’Europa, il cui progetto è in effetti entusiasmante, ma ancora «monco», e reclama la passione e la partecipazione dei cittadini. L’azione politica deve tornare a essere «impostazione» e «guida». I termini mi appaiono giusti: chi ha il compito di impostare e guidare deve stare attento a non schiacciare la vitalità della società, occupandone e sfibrandone i gangli vitali; nemmeno può però ritrarsi, confidando nell’illusione di una spontanea armonia dei rapporti sociali. Il compito della politica è valorizzare la capacità di cura del bene comune che la società sa esprimere, riconoscendone e incoraggiandone i sistemi di relazione che vi si sviluppano; ma anche vigilare e agire, in via sussidiaria, affinché i rapporti sociali siano o diventino il luogo di una relazione umana davvero etica, perché libera ed eguale per tutti i soggetti che vi prendono parte, e non coprano situazioni in cui la libertà è privilegio per pochi (e cioè potere), e soggezione per i tanti. Solo così la politica può essere progetto di convivenza e di cooperazione dei cittadini in vista del bene comune.

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