Redazione

«Siamo partiti – raccontano Denise e Massimo – come cittadini europei, con le nostre abitudini e categorie mentali, e siamo tornati cittadini del mondo con dentro al cuore un’esperienza che ci ha fatto veramente sentire fratello e sorella di ogni uomo, anche il più povero»

di Denise Quaggia e Massimo Pravettoni

È passato ormai un po’ di tempo dalla nostra esperienza missionaria di tre settimane in Ciad, ma il ricordo dei poveri incontrati nei villaggi, dei loro volti e dell’odore della terra africana restano indelebili nel nostro cuore. Quello che più ci rimane impresso nella nostre menti è il calore e la dignità che queste persone ci hanno testimoniato, nonostante le condizioni di totale indigenza nella quali versano.

Come dimenticare quel folklore stravolgente che rendeva straordinariamente coreografiche le celebrazioni eucaristiche e le danze popolari nei villaggi di Baibokum, nella zona sud-ovest del Ciad a confine con la repubblica Centroafricana e il Camerun? Abbiamo toccato con mano anche le ingiustizie sociali che le potenze occidentali come gli Stati Uniti e la Francia esercitano su questi Paesi. Questa esperienza missionaria ci ha resi coscienti del fatto che una classe politica corrotta permette che il proprio popolo muoia di fame e di sete vendendo ai Paesi più industrializzati le uniche risorse disponibili a prezzi stracciati, come ad esempio il petrolio, il cotone e i diamanti.

In questa terra di profondi contrasti e arretratezza economico-culturale si erge encomiabile il lavoro delle Suore Angeline e dei Padri Francescani Cappuccini che con coraggio e perseveranza aiutano a risollevare i destini di interi villaggi creando scuole, pozzi, dispensari medici e proclamando la Parola di Dio.

Padre Attilio, missionario francescano da 40 anni in Ciad, ci ha detto un giorno: «Qui in Africa ho preso l’abitudine di celebrare alle tre del mattino la Messa nella mia umile cella, perché in Africa non sai mai quello che ti potrà capitare durante il giorno e quindi io non voglio morire in un giorno in cui non mi sono nutrito del corpo di Cristo».

Siamo stati veramente inondati dalla gioia dei bimbi e dalla loro voglia di farci festa attraverso quei caldi abbracci accompagnati da sorrisi immensi e dai tanti grazie dinnanzi ad una caramella data nelle loro mani. Ma abbiamo anche avuto la triste conferma che i bambini soldato sono una drammatica realtà.

Siamo partiti con l’entusiasmo di chi avrebbe voluto aiutare tutti, ma abbiamo ricevuto molto di più di quanto donato, soprattutto perché abbiamo incontrato Cristo povero e crocifisso negli occhi di chi soffre la fame, la sete e la mancanza di amore. Da allora qualcosa è cambiato in noi: abbiamo acquisito soprattutto una maggiore consapevolezza dei doni che riceviamo da Dio quali il cibo, l’acqua, la casa, il lavoro, il sapone per lavarsi, i vestiti per coprirsi…

Quindi, come gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente tentiamo di aiutare chi soffre e come segno dell’impegno preso con i nostri nuovi amici del Ciad abbiamo deciso, durante la preparazione al nostro matrimonio, di non acquistare alcuna bomboniera, devolvendo l’intero ricavato per l’acquisto di sacchi di riso e generi di prima necessità.

Siamo partiti come cittadini europei, con le nostre abitudini e categorie mentali, e siamo tornati cittadini del mondo con dentro al cuore un’esperienza che ci ha fatto veramente sentire fratello e sorella di ogni uomo, anche il più povero.

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