Redazione

L’esperienza di Anna e Filippo, che partecipano agli incontri delle famiglie della Cappellania dei Migranti. Un luogo dove l’integrazione non è un concetto astratto, ma passa attraverso una convivalità condivisa. Dove, tra un piatto tipico filippino e un canto peruviano, sono gli italiani a essere per una volta in “minoranza”. E le virgolette sono d’obbligo: in realtà ci si scopre tutti accomunati della Parola di Dio.

di Anna e Filippo Confalonieri

La proposta ci è stata fatta qualche anno fa da don Alessandro. Siccome di lui ci fidiamo non ci siamo fatti troppe domande e abbiamo deciso di partecipare. L’idea era quella di trovare uno spazio dove poter far confrontare le famiglie e aiutarle a riflettere sull’importanza della propria unione e del proprio ruolo educativo nei confronti dei figli. Niente di strano né di straordinario, in fondo è quello che si propongono tutti i gruppi familiari.

La particolarità è data dall’insieme di persone, per certi aspetti molto diversi culturalmente, che si scoprono molto simili nelle profonde aspirazioni di vita. È un gruppo di latino-americani, filippini e italiani. Come dirlo con una sola parola? Gruppo di famiglie. Dove il termine famiglia ha un significato molto ampio e abbraccia esperienze molto diverse. Il papà con la mamma e con i figli che vivono in armonia sotto lo stesso tetto: non è né un traguardo scontato, né una partenza normale; è una conquista e una grazia da cercare quando non c’è, da difendere quando è possibile, da vivere giorno per giorno anche in assenza di uno dei componenti.

La modalità dell’incontro è molto semplice: ci si trova alle 19.30, ma l’orario in realtà è molto elastico e prima delle 20.00, 20.15 non c’è quasi nessuno; ognuno porta qualcosa da mangiare, e già i colori e i sapori dei cibi ci dicono l’eterogeneità dei partecipanti: vera cucina internazionale! Si mangia quello che c’è: se ci sono molti primi si mangia meno secondo, se ci sono solo dolci si salta il resto. La cena non è una preoccupazione e devo dire che in questi anni non ricordo ci siano state occasioni in cui c’era poco da mangiare. Dopo cena i bambini rimangono insieme e giocano sotto l’occhio vigile di alcuni giovani, mentre noi adulti ci ritroviamo con don Alessandro che introduce un argomento di riflessione; ci viene dato un foglietto con un brano della Bibbia e alcune domande guida per la riflessione scritto in casigliano, inglese o italiano. Pochi minuti. Poi ci dividiamo in gruppetti più piccoli in modo che ognuno abbia la possibilità di esprimersi, don Alessandro vuole che siano le famiglie ad aiutare le famiglie.

Se dovessimo dire tre parole che racchiudano l’esperienza di questi gruppi forse potremmo dire: travaglio, forza, fede.
Travaglio, perché molte esperienze che in questi anni abbiamo sentito ci hanno aperto gli occhi sulle tante difficoltà, piccole e grandi, normali o eccezionali, che famiglie, per lo più sradicate dal proprio contesto culturale, devono affrontare.
Forza, perché sentiamo la forza che anima tanti a rimboccarsi le maniche, a non aver paura di sacrifici e fatiche. Ci vengono in mente tante frasi o storie che ci hanno toccato profondamente, a riproporle così perderebbero la loro efficacia, forse potrebbero sembrare banali, ma a noi rimangono dentro come lezioni di vita.
Fede, perché con stupore scopriamo come, leggendo con gli occhi della fede le vicende e le fatiche del vivere, ognuno trovi il filo della Provvidenza che guida e porta a dare un senso a tutto il cammino. Incontriamo davvero grandi persone di fede e altre in sincero cammino. Scopriamo, ancora una volta, come la fede ci aiuta ad affrontare le difficoltà, da qualunque parte del mondo arrivi.

Ormai abbiamo fatto amicizia con tante famiglie che frequentano regolarmente, anche i nostri figli sanno che troveranno questo e quel bambino per giocare, il clima è molto bello e accogliente anche grazie alle calde voci di Rosa ed Hernan e di altri latino-americani che propongono spesso canti, mimi e balli.

Un’esperienza molto particolare l’abbiamo vissuta lo scorso mese di giugno. Siamo andati a Sotto il Monte, presso il Pime, per passare insieme un week-end. Abbiamo condiviso le camerate, la mensa, la cucina. In questa occasione eravamo l’unica famiglia italiana e abbiamo fatto noi, dal punto di vista linguistico, la parte dello straniero (anche durante la S. Messa don Alessandro ha parlato parte in spagnolo, parte in inglese). Sul viso di tutti, al momento del saluto, si leggeva la riuscita dell’esperienza (nonostante la nottata non proprio di sonno tranquillo!), il bello dello stare insieme, la gioia che dà la fatica del condividere quando, anche grazie ad alcuni contenuti e riflessioni, ti ritrovi più ricco.

Tutto questo per dire che è una bella esperienza a cui cerchiamo di non mancare mai.

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