Le relazioni interpersonali e sociali in una metropoli che superi l’individualismo

di Rosangela LODIGIANI
Sociologa all’Università Cattolica; Fondazione Ambrosianeum

Rosangela Lodigiani

C’è una frase del denso Discorso alla città dell’arcivescovo Angelo Scola che può forse essere presa come una chiave di lettura dell’intera riflessione. Si tratta, non per caso, di uno dei passaggi più rilanciati e citati dai media. «Dalla crisi si esce solo insieme, ristabilendo la fiducia vicendevole. E questo perché un approccio individualistico non rende ragione dell’esperienza umana nella sua totalità. Ogni uomo, infatti, è sempre un "io-in-relazione"».

Subito si comprende che non è un semplice richiamo alla buona volontà di tutti né un invito a riscoprire, nella difficoltà del momento, quella che siamo soliti considerare la tradizionale vocazione ambrosiana alla solidarietà. È piuttosto un monito ad andare alla radice dell’esperienza umana per scoprire che essa ci pone costitutivamente in relazione di reciproca inter-dipendenza gli uni con altri. Contro ogni concezione iperindividualizzata dell’essere umano, che mitizza ed esalta le possibilità di libertà, autonomia, successo e realizzazione individuale anche a discapito di chi ci sta accanto, e che anzi si illude di poter lasciare indietro, ai margini, chi non ce la fa ad affermarsi da sé, siamo esortati a mettere al centro dell’agire sociale, nei diversi ambiti in cui esso si realizza, la natura relazionale del nostro essere persona. In questa concezione antropologica si radica la nostra responsabilità per l’altro, il rispetto e la difesa della sua umanità, del suo stesso bisogno di riconoscimento. Sull’esercizio di una simile responsabilità si fonda il nostro condividere con altri una comune appartenenza, la più ampia e comprensiva che possiamo immaginare, che travalica i confini di tutte le appartenenze particolaristiche a cui ci sentiamo legati, per unificarle.

Da qui, precisa il Cardinale, «è bene ripartire per ricostruire un’idea di famiglia, di vicinato, di città, di Paese, di Europa, di umanità intera, che riconosca questo dato di esperienza, comune – nella sua sostanziale semplicità – a tutti gli uomini». Da qui è bene ripartire per ritessere la trama della società, per dare un senso nuovo ai modi di pensare e fare la politica, l’economia, la finanza, il lavoro, il vivere insieme. Si riscoprono così i fondamenti di un’etica che prima ancora di ancorarsi a un "patto sociale" per una società buona e giusta, si inscrive nel dna di ciascuno di noi in quanto originariamente vocati a custodire l’umanità e la dignità dell’altro, mentre chiediamo lo stesso per noi.

È un’esortazione che interpella tutti, dunque, e interpella in modo particolare la città nel suo insieme, nel suo farsi comunità, nel suo essere sorta storicamente – come ci ricorda con una bella espressione Enzo Bianchi – per proteggere l’umanità e favorire processi di umanizzazione; così intesa la città si rivela il luogo per eccellenza della costruzione e della manifestazione dell’umano. Se accettiamo questa definizione, dobbiamo però ammettere che troppo spesso le grandi città tradiscono questa vocazione originaria; pensiamo ai fenomeni di ghettizzazione urbana, esclusione, marginalizzazione. E rispettarla diviene un compito ancor più arduo in una fase di crisi e di tensioni. Lo mostra, dal suo punto di osservazione, il «Rapporto sulla città» della Fondazione Ambrosianeum che in particolare in questi ultimi due anni ha cercato di documentare come Milano stia fronteggiando e reagendo alle sfide e ai problemi che la investono: disoccupazione, precarizzazione del lavoro, disagio e vulnerabilità sociale, impoverimento,… Ne emerge una città a più volti, che si muove a fatica tra tendenze opposte: di chiusura difensiva e di ripiegamento da un lato, e di apertura, di coraggio, di creatività e slanci generosi dall’altro. Se non mancano i segni preoccupanti della prima tendenza, rintracciabili in episodi di intolleranza o di conflitto sociale, in scelte politiche controverse, in legami sociali che si fragilizzano, sono molte le esperienze che danno conto della seconda tendenza, e che portano alla luce la parte più vitale della società civile e del mondo politico-istituzionale ed economico, quella parte di cittadini che nei diversi ruoli ricoperti, singolarmente o insieme, non rinunciano a guardare al futuro con speranza, agendo nel presente con convinzione per continuare a costruire una città attenta agli ultimi.

Certo, per tornare alle parole efficaci del cardinale Scola, è questo un tempo di «travaglio»; difficile attraversarlo senza farsi prendere dallo sconforto; ma è anche un tempo di «transizione», che può cioè essere di cambiamento fecondo, di rigenerazione, di ripensamento dei paradigmi culturali, economici, sociali che hanno sino a oggi affollato il nostro immaginario e ampiamente condizionato il nostro agire. Milano, a vario titolo celebrata "capitale del Paese", non può che candidarsi a giocare in prima linea di fronte a una sfida culturale di tale portata. La ricentratura antropologica può essere il primo passo in questa direzione.

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