"Testimoni di Dio" è il tema scelto dall'Ufficio nazionale della Cei. Intervista a Luca Moscatelli, coordinatore del Centro Studi Missio di Roma

missione ambrosiana a Siavonga (Zambia)

“Testimoni di Dio” è il tema che la Conferenza episcopale italiana e l’Ufficio nazionale per la cooperazione missionaria tra le Chiese della Cei hanno scelto per l’anno pastorale 2011-12. È stato presentato a fine agosto a Cassino durante la tradizionale settimana di formazione e spiritualità missionaria organizzata dalla Cei per gli “addetti ai lavori” dove era presente anche Luca Moscatelli, collaboratore dell’ufficio di Pastorale missionaria della diocesi ambrosiana e coordinatore del Centro Studi Missio di Roma. «Rispetto a questo tema – dice – il rischio è che l’accento cada sui testimoni, specie se si tratta di martiri, e si metta tra parentesi “di Dio”. Il testimone invece è relativo a Dio e serve l’umanità facendo conoscere questo Dio che ha incontrato».

Ma qual è il volto di Dio da mostrare a tutti?
Nella Bibbia Dio ha molti tratti, ma noi mettiamo in evidenza quello del Padre misericordioso, anche perché dovrebbe caratterizzare il volto del nostro essere Chiesa e della nostra missione. In realtà non è mai scontato. Misericordia significa privilegio dei miseri; accoglienza; apertura; imbarazzo di frequentare peccatori, prostitute, pubblicani…, perdono preventivo ancora prima che venga chiesto. La misericordia di Dio ci restituisce un tratto impensabile e provocatorio, tanto che l’apparente ovvietà del tema, alla settimana di Cassino, ha riservato molte sorprese.

E cioè?
La misericordia non è qualcosa di sdolcinato, ma va intesa – così come hanno detto i relatori sotto il profilo filosofico, biblico e teologico – come “il caso serio della Chiesa”. La testimonianza cristiana della fede è appunto la misericordia. Ma il “caso serio”, cioè la misericordia di Dio produce anche nervosismo, basta pensare a certe reazioni forti.  Ad esempio Giona si arrabbia con Dio e vuole scappare dalla parte opposta rispetto alla missione che gli viene assegnata di andare a convertire la città di Ninive. Non vuole fare una pessima figura: minacciare una distruzione e poi constatare che Dio ha perdonato alla città. Ma è anche il caso della parabola del padre buono e dei due figli. Il maggiore si lamenta dell’eccesso di bontà del padre nei confronti dell’altro figlio, gli suona come un’ingiustizia, non meno di quanto suoni ingiusto l’amore di Dio verso il lavoratore della prima ora che ha subìto il calore della giornata e si trova pagato allo stesso modo dell’ultimo arrivato.  Anche noi diciamo di qualcuno: non ha fatto l’oratorio, non ha fatto l’Azione Cattolica, non ha fatto il catechista, non ha fatto il corso fidanzati, non si è sposato, non ha avuto 5 figli, non è stato sempre fedele… e all’ultimo minuto si converte e ha diritto alla stessa pagnotta. Non è giusto!

La misericordia è quindi una via di non ritorno…
A Cassino il filosofo Silvano Petrosino ha espresso un’idea molto sintetica: fuori dalla misericordia c’è solo idolatria e sublimazione. Detto in positivo: un uomo misericordioso sfugge senz’altro all’accusa di essere idolatra e di sublimare, cioè di farsi un Dio a propria immagine e somiglianza. Sia nel Nuovo che nel primo Testamento è frequente l’associazione tra il vedere la miseria e l’agire per toglierla; questo lo fa Dio e invita anche noi a diventare testimoni dell’umanità offesa, diminuita, malata, perseguitata…

In concreto cosa significa?
Vuol dire, come suggeriva Serena Noceti, una bravissima ecclesiologa di Firenze, cercare di lavorare sulle condizioni, sugli atteggiamenti e sulle tentazioni cui è soggetta la misericordia. Le condizioni sono queste: noi non possiamo essere misericordiosi nei confronti di altri se non abbiamo coscienza della nostra miseria personale. Noi annunciamo ciò che abbiamo visto, toccato e sperimentato. Dio è stato misericordioso prima di tutto con noi e quindi avere coscienza del limite significa avere coscienza della propria fragilità e del fatto di essere noi, prima di tutto, peccatori perdonati.

E la seconda condizione?
Per essere misericordiosi occorre coltivare una grandezza d’animo, ma bisogna chiederla come dono di Dio perché non ne siamo capaci. Però è importante anche la preghiera, perché la misericordia non è solo una questione pratica, ma è legata anche alla contemplazione della misericordia di Dio, all’implorazione del suo perdono e del suo dono a noi. Poi seguono anche gli atteggiamenti: compassione, tenerezza, mitezza, sensibilità, umiltà… Ma ci sono anche le tentazioni della misericordia: il legalismo, il giudizio senza appello,  il ritualismo,  il formalismo giuridico. Tutti aspetti che hanno a che fare molto da vicino con la missione, penso alle sue compromissioni scandalose con il colonialismo o i fenomeni di razzismo, oppure alla presunta superiorità culturale, civile, religiosa…

Quale deve essere allora lo stile della Chiesa missionaria?
Se oggi c’è una parola e uno stile che può ancora stupire il nostro mondo occidentale così cinicamente certo di aver già visto tutto, di aver sperimentato tutto, per cui non c’è più nulla che possa sorprenderlo, è proprio la misericordia. Penso a una Chiesa capace di abbracciare i propri nemici, di non rivendicare in maniera arrogante i suoi diritti offesi, i suoi privilegi traditi, la sua grandezza perduta, le radici cristiane non adeguatamente considerate… Questo stile della Chiesa potrebbe creare un effetto sorpresa talmente dirompente da riprodurre quelle condizioni che furono del profetismo: tutti si aspettavano la giustizia, invece Dio ha mostrato il volto della misericordia.

Questo stile accompagnerà quindi il nuovo anno pastorale?
Da tre edizioni vogliamo che questa settimana nazionale introduca al tema dell’anno e quindi sia un momento di formazione per tutti.  Anche noi come ufficio missionario accentueremo questi temi, ma poi ogni diocesi deve fare i conti con l’anno pastorale che l’Arcivescovo indicherà. Quest’anno è evidente che cammineremo tutti verso l’incontro mondiale delle famiglie, sapendo che non è soltanto l’Occidente opulento, relativista, edonista a soffrire per la fragilità delle sue relazioni familiari. Chi è stato in giro per il mondo sa che in America Latina e negli Stati Uniti, ben prima che in Europa, la famiglia è entrata in crisi. Neanche in Asia ci sono situazioni esaltanti; mentre l’Africa, che è il continente della Chiesa famiglia, ha una maggiore solidità dell’istituto familiare, ma a prezzo di un pesantissimo maschilismo, quasi riduzione in schiavitù della donna e delle donne laddove è ancora in auge la poligamia, non di matrice islamica, ma tradizionale, specie nell’Africa nera. Nella prospettiva della famiglia la misericordia, l’atteggiamento, l’apertura, l’accoglienza, la bontà di un padre che accoglie i suoi figli… fanno la differenza. Il Vangelo è questo.

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