In Duomo, presiedute dall’Arcivescovo, si sono svolte le esequie di monsignor Giacomo Mellera, per oltre un trentennio, maestro delle Cerimonie della Cattedrale

di Annamaria Braccini

Mellera

«Un uomo che si è lasciato condurre dallo spirito gentile» e che, proprio per questo, «è circondato da tanto affetto, da tanta riconoscenza, da tanta stima».

Le esequie di monsignor Giacomo Mellera, tornato alla casa del Padre il 15 agosto scorso, sono questo: un saluto, appunto, pieno di affetto e di ricordo grato, cui dà voce l’Arcivescovo che presiede il Rito funebre in quella Cattedrale, da lui tanto amata, nella quale don Giacomo – come lo chiamano tutti – torna per l’ultima volta.

Il breve corteo funebre che, con monsignor Delpini e i membri del Capitolo metropolitano, accompagna la bara dal palazzo dei Canonici ai piedi dell’altare maggiore del Duomo – dove viene adagiata a terra, coperta dalla stola e dal rocchetto – e la recita del Rosario precedono la Messa esequiale, concelebrata dai vescovi, monsignor Francesco Brugnaro e monsignor Giuseppe Vegezzi, dai Canonici e da diversi presbiteri tra cui don Giulio Binaghi prevosto della Congregazione degli Oblati e padre Diego Arfani, superiore dei Padri Oblati vicari, cui apparteneva Mellera.

Tra le navate che, per oltre un trentennio, hanno visto monsignor Mellera svolgere il suo prezioso servizio di maestro delle cerimonie, ci sono la sorella, il fratello e altri parenti, il sindaco di Varenna, Mauro Manzoni (pur essendo nato a Santa Maria Rezzonico, in provincia di Como, il sacerdote aveva vissuto a lungo nel paese del lecchese), tanti amici, così come molte sono le persone legate allo scomparso che hanno voluto prendere parte al cordoglio, anche se lontano, come il cardinale Angelo Scola che invia un suo messaggio, letto dal vescovo Mario.

«Intendo partecipare a questo evento manifestando pubblicamente – scrive l’Arcivescovo emerito – la mia riconoscenza per il servizio resomi durante il mio ministero episcopale a Milano, sia come guida liturgica sia come consigliere spirituale. La sua delicatezza e profondità mi hanno accompagnato anche in non poche situazioni difficili». 

Poi, la benedizione del feretro da parte dell’Arcivescovo e l’incensazione, le tradizionali letture per le esequie dei presbiteri, con i brani della Passione dai vangeli di Luca, Matteo e Giovanni, cui fa più volte riferimento la riflessione delpiniana.  

L’omelia

«Lo Spirito Santo è donato dal Figlio crocifisso e glorificato e talora si effonde come un soffio gentile, come una brezza leggera, così come attesta la pagina di Vangelo che è stata proclamata, e coloro che sono condotti dallo Spirito gentile compiono le opere di Dio attraversando le stagioni della vita come una brezza leggera, come una presenza amica».

Sottinteso, ma chiaro il riferimento al confratello defunto: «Coloro che sono condotti dallo Spirito gentile entrano con delicatezza e pazienza anche là dove le porte sono chiuse. Le porte chiuse possono essere i cuori induriti dal risentimento, i cuori presuntuosi nella loro autosufficienza, ostinati per puntiglio. Coloro che sono condotti dallo Spirito gentile hanno pazienza, sanno le parole rispettose e vere, sanno attendere, anche sedendo in un confessionale, il giorno della grazia. Anche là dove le persone sono suscettibili, i caratteri sono forti, i punti di vista sono contrastanti, sanno dire: pace a voi. Attestano che lo Spirito gentile infonde negli animi una attrattiva per la concordia.. Hanno poche, sagge parole, piuttosto sorrisi, silenzi, preghiere, consigli discreti. Infondono negli ambienti che abitano la persuasione che, al di sopra di tutto, c’è la carità e che la verità più profonda di ogni pensiero, di ogni punto di vista, di ogni scelta di vita, è di giovare al bene di tutti».

E, ancora, «coloro che sono condotti dallo Spirito gentile dicono le parole del perdono che sanno guarire le ferite dell’anima e rivelano che lo sguardo di Dio su ogni storia dei figli degli uomini, per quanto complicata, drammatica, sbagliata possa essere, è sempre la benevolenza e la misericordia. Suggeriscono che il modo più vero di conoscere e valutare se stessi non è quello di guardarsi allo specchio, di ossessionarsi nel ripiegamento su di sé, ma quello di guardarsi con lo sguardo di Dio. Perciò ciascuno è autorizzato ad avere stima di sé: anche se ha fallito. Ecco perché don Giacomo è circondato oggi, come in vita, da tanto affetto, da tanta riconoscenza, da tanta stima».

E al termine della Messa – con il momento particolarmente intenso delle Litanie dei Santi – dall’Arcivescovo arriva ancora un pensiero. «Esprimo la mia partecipazione alle Comunità nelle quali don Giacomo è stata una presenza particolarmente significativa: il Capitolo metropolitano, tutta la famiglia degli Oblati. Adesso monsignor Mellera sarà portato direttamente al Santuario della Madonna del Bosco di Imbersago dove sarà collocato nella cappella mortuaria degli Oblati vicari». 

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