Un Paese aperto che accoglie rifugiati, fa studiare i figli e cerca di crescere in vari settori. Non c’è povertà e la popolazione vive del proprio lavoro

di Luisa BOVE
Nostra inviata in Giordania

Giordania 2014

La crisi mediorientale che negli anni ha colpito Siria, Palestina e Iraq non scalfisce la popolazione della Giordania, ormai rassegnata alle tensioni. Una delle conseguenze è l’ondata di profughi che di volta in volta si trova ad accogliere; non tutti, poi, fanno ritorno ai loro Paesi. Ed è soprattutto nella capitale Amman e nelle periferie che si concentra il maggior numero di rifugiati.

Nel 1968, dopo la guerra dei Sei Giorni, c’era stata l’ondata di palestinesi, che hanno abitato prima in tende e baracche, successivamente hanno costruito prefabbricati in lamiera e dopo 4-5 anni hanno iniziato a edificare e sono rimasti a vivere in Giordania. L’ultima ondata, di alcuni mesi fa, è quella dei rifugiati siriani, ben 650 mila, di cui 450 mila ospitati in campi profughi nelle regioni del nord, mentre in 150 mila si sono già trasferiti in altre località.

La Giordania non è un Paese ricco e soprattutto al nord la popolazione ha sempre vissuto di agricoltura e pastorizia, a volte senza neppure garantirsi il necessario per vivere. Per questo i giovani che vivono in piccoli centri si trasferiscono ad Amman per continuare gli studi e trovare lavoro in Egitto, Arabia Saudita, Turchia, Europa e Stati Uniti. Oggi infatti la popolazione è quasi dimezzata rispetto ai numeri che avrebbe potuto raggiungere: il tasso demografico è alto, pari al 3,6%.

La scolarizzazione in Giordania è molto alta: supera il 90%, non solo perché le tasse sono abbordabili, ma anche perché la popolazione investe molto sulla formazione per dare un futuro ai giovani. Le scuole infatti sono tante e se ne trovano anche nei luoghi più sperduti. Esistono pure scuole private, in particolare nelle grandi città, con rette molto alte (fino a 7-10 mila dinari l’anno). In tutte le scuole si insegna religione: un’ora in quelle statali e 5 in quelle private.

A sua volta la Giordania ospita 200 mila studenti stranieri provenienti da diversi Paesi arabi e occidentali, ma anche asiatici, canadesi, australiani, sudafricani… Qui vengono a studiare soprattutto l’arabo, scienze orientali e teologia islamica.

Il 70 % del territorio della Giordania è desertico (il 90% al nord con caratteristiche collinari, il 10% al sud di roccia e sabbia), il 10% è costituito da depressione e il 20% da vegetazione. Oggi al nord il settore professionale che attira il maggior numero di persone è quello statale, per lavori d’ufficio e impiegatizi. Nonostante sia anche la zona più bella dal punto di vista naturale (con pini, querce, ulivi, pistacchi), non esiste molto turismo, neppure quello religioso, sia perché in passato è stato investito poco su infrastrutture e strade, sia perché manca ancora questa cultura. Molte guide turistiche vengono in Italia a studiare e specializzarsi: per questo motivo tante tra loro parlano la nostra lingua; la metà invece conosce bene l’inglese. Il settore turistico potrebbe essere molto sviluppato (non solo nella zona del Mar Morto e Petra), ma occorre investire molto di più e creare una rete e un’organizzazione migliore. Questo offrirebbe occasioni di lavoro anche ai giovani, riducendo così l’emigrazione e l’invecchiamento della popolazione.

La Giordania non è un Paese povero, anche se non possiede giacimenti di petrolio. L’industria è abbastanza sviluppata, con fabbriche grandi e piccole, attività commerciali e piccolo artigianato. Nella zona del Mar Morto ci sono numerose saline e stabilimenti per la lavorazione dei minerali. Il Paese produce frutta e verdura che esporta nei vicini Paesi arabi e non solo, mentre è costretta a importare riso (alimento base della cucina) perché la mancanza d’acqua non ne consente la produzione. L’acqua infatti è scarsissima e arriva nelle case solo due volte alla settimana: per questo viene raccolta in cisterne, mentre si sfruttano diversi metodi per raccogliere quella piovana, utilizzata in agricoltura.

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