In occasione della Giornata mondiale di lotta alla povertà, Luciano Gualzetti sottolinea l’impegno del Fondo famiglia-lavoro e della Caritas ambrosiana per rispondere ai bisogni crescenti provocati dalla crisi. Ma con una visione che va oltre l’assistenzialismo

di Pino NARDI

gualzetti

«I Comuni non hanno più risorse e possibilità di aiuto, quindi il Terzo settore si trova da solo a rispondere come riesce di fronte alla crisi. È necessario allora farsi provocare da questa crisi per cambiare il modello di Welfare, che distribuisca benefici oltre le categorie già tutelate. Avevamo fatto la proposta del reddito minimo di autonomia, adesso il governo sta studiando una forma di reddito minimo di inserimento. Sono tutte  iniziative che vanno nella direzione di superare queste categorie, un po’ rigide, dei tutelati per dare una mano anche a chi è rimasto fuori dalle tutele». Luciano Gualzetti è il vicedirettore della Caritas ambrosiana e segretario generale del Fondo famiglia-lavoro, che ha raccolto 4.625.890,12 euro e ne ha già distribuiti 1.516.100 (dato aggiornato al 10 ottobre). Due realtà impegnate in prima linea, vere e proprie antenne dei mutamenti sociali in atto che colpiscono sempre più anche la classe media, un tempo immune dalla crisi economica.

Giovedì 17 si celebra la Giornata mondiale di lotta alla povertà. Dal suo duplice osservatorio come legge il fenomeno nella realtà milanese e lombarda?
Si conferma che con questa crisi è peggiorata la situazione di quelli che erano già poveri, con un aumento di persone che si trovano nella grave emarginazione, con vite spezzate e frantumate. Inoltre famiglie in difficoltà hanno quasi esaurito le energie, arrivando da un periodo di ripiegamento su se stesse: la crisi ha aggravato e fatto esplodere queste contraddizioni. Persone che non erano in grado di gestire una situazione nuova come questa, perché abituate a uno standard di vita troppo alto. Il Fondo intercetta tutte queste realtà.

L’offerta del Fondo sta però facendo un salto di qualità…
Sì, il Fondo incontra tante persone in difficoltà, però sta offrendo un servizio diverso. Gli operatori vedono che non basta più l’intervento assistenziale, perché siamo di fronte a percorsi di vita che hanno bisogno di essere accompagnati per reagire a questo isolamento. Dico sempre agli operatori che ascoltare e non lasciare sole queste persone è già tantissimo, vista la situazione che si è creata e la caratteristica della crisi così com’è nata, che è sui modelli, su una visione antropologica di un certo tipo. Si tratta di andare oltre alla risposta immediata (pacco viveri, contributo economico, il vestito), con una visione più progettuale di accompagnamento. Il Fondo ha messo a disposizione anche altri strumenti, come la formazione, la possibilità di credito se uno vuole fare impresa, l’attivazione sul territorio di una serie di forme di aiuto. Si tratta di avviare un percorso magari molto più lento, perché queste persone nel tempo possano intravedere una speranza.

Asse portante di tutto questo lavoro sono gli operatori sul territorio, una forza da valorizzare…
Certo, infatti stanno facendo un salto di qualità nei Centri di ascolto, rendendoli molto più capaci di ascoltare e di accompagnare le persone uscendo un po’ dall’ansia di dover risolvere tutti i problemi. La crisi ha presentato le nuove forme di povertà, ma ha anche provocato nuovi modelli di aiuto e favorito una serie di strumenti che prima non avevamo e che vengono proposti in un progetto mirato sulla persona.

La crisi colpisce duro la classe media che in passato era garantita avendo un lavoro…
Sono in aumento coloro che si trovano senza risorse e rischiano di cadere in una vita non dignitosa. Lo vediamo alle mense e ai rifugi dove arrivano perché non hanno più soldi, hanno esaurito tutti i risparmi, hanno venduto l’oro che potevano vendere e adesso si trovano con il rischio di perdere la casa. Quindi il pacco alimentare o la mensa, è un modo per limare le spese del proprio bilancio familiare. Non spendono per gli alimenti perché possano continuare a pagare il mutuo o l’affitto, se no perdono anche la casa. Persone che non sono senza dimora, ma che si trovano a dover ricevere il pacco.

Quanto può durare un sistema di aiuto di questo genere?
Appunto. Stiamo riflettendo sul modello dei Centri di ascolto, dei servizi territoriali della Caritas: tiene se si fa un salto di qualità, uscendo dalla logica assistenziale e accompagnando le persone su progetti che fanno vedere una possibilità, anche se non è detto che si arrivi alla soluzione di trovare il lavoro.

Infatti la Caritas non può a lungo supplire a questa situazione…
La Caritas ha questo approccio di rete, culturale e di coinvolgimento di tutta la comunità, innanzitutto quella cristiana ma anche quella civile e politica, assumendosi le proprie responsabilità. Ciascuno prenda il suo pezzo per dare risposte, perché non possiamo cadere nell’isolamento e nella solitudine di operatori di servizi che vengono soffocati da queste richieste e da questo impegno.

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