Nella festa di santa Bakhita la prima Giornata internazionale di preghiera contro lo sfruttamento degli esseri umani. Mobilitazione on line attraverso un sito sul quale si può aderire alla campagna coordinata dalla rete “Talitha Kum” di suor Gabriella Bottani. A Milano martedì in Duomo due momenti di preghiera col cardinale Onaiyekan

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«Una mobilitazione delle coscienze e una preghiera su scala globale”. Così il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, presidente del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace, ha definito la prima Giornata internazionale contro la tratta degli esseri umani, che si celebra l’8 febbraio, festa di santa Bakhita. «Dalla presa di coscienza alla preghiera, dalla preghiera alla solidarietà, e dalla solidarietà all’azione concertata»: questo il cammino che il Cardinale esorta a percorrere per mettere fine a questa piaga, sulla spinta di papa Francesco.

«La tratta è un problema enorme”, ha detto il cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio Consiglio della pastorale per i migranti e gli itineranti, ricordando che «ogni anno due milioni e mezzo di persone cadono in questa trappola». «Nelle situazioni in cui il valore della vita viene distrutto, bisogna lavorare perché la vita venga ripristinata», ha detto il cardinale João Braz de Aviz, prefetto della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica. La Giornata dell’8 culminerà in un Messa celebrata dal cardinale Braz, cui seguirà la partecipazione all’Angelus in piazza san Pietro con il Papa. Sarà preceduta da una Veglia di preghiera in programma il 6 febbraio, a Roma, nella basilica dei Santi Apostoli.

«Più coraggio da parte degli Stati»

Quello che i religiosi e le religiose fanno nel mondo per combattere la tratta è molto, ma «non è abbastanza». Lo ha detto suor Carmen Sammut, presidente dell’Unione internazionale delle superiore generali (Uisg), anche a nome dell’Unione dei superiori generali (Usg). «Oggi milioni di bambini, uomini e donne sono venduti come schiavi, ridotti in schiavitù, vittime della prostituzione, del traffico di organi, e il nostro compito è accendere la luce del mondo contro il traffico di esseri umani, dando voce a chi non ha voce» e unendosi alla voce del Papa, che ha definito la tratta «un crimine contro l’umanità». Da tempo le Congregazioni religiose hanno creato «un network dei network» che coordina l’impegno in questo ambito nelle varie parti del mondo. Ma «non è abbastanza», secondo suor Sammut: «Ci vuole coraggio, per persuadere gli Stati a perseguire il traffico di esseri umani e le organizzazioni criminali che lo promuovono».

Un sito per dire: «Siamo contro»

Un sito web per “accendere una luce” contro la tratta. A presentarlo, alla vigilia della prima Giornata internazionale, è stata suor Gabriella Bottani, coordinatrice della rete “Talitha Kum”. Cliccando su www.a-light-against-human-trafficking.info, ha spiegato la religiosa, si potranno leggere «storie di speranza» e scrivere il proprio nome e Paese di provenienza per dire: «Siamo contro la tratta». Sulla scorta di santa Bakhita, che «nel suo percorso di vita è passata dalla schiavitù alla libertà», possiamo così «rischiarare il buio causato da tutto ciò che sfrutta la vita per fini di lucro, ridare speranza a chi vivi il dramma della tratta, rompere la crosta di superficialità e indifferenza che ci impedisce di riconoscere l’altra persona come fratello e sorella, ritrovare la forza di un’azione collettiva, riconoscere e rimuovere le cause che sostengono la tratta di persone in tutte le sue modalità».

«Chi ha bisogno di comperare sesso non è un vero uomo»

«Per capire che cosa significhi tratta degli esseri umani, bisogna incontrare le vittime, ascoltarle, guardarle negli occhi, abbracciarle». L’ha detto suor Valeria Gandini, missionaria comboniana, per 20 anni nel Centro di ascolto della Caritas di Verona e negli ultimi 5 a Palermo, in una terra come la Sicilia «dove convivono povertà e solidarietà, indifferenza e accoglienza, individualismo e condivisione, mafia e fame di legalità. Terra ad alto rischio di sfruttamento per i migranti, per i tanti che arrivano: i richiedenti asilo, i minori non accompagnati, le donne, le vittime di tratta. Tutti, dopo una prima accoglienza sono lasciati a loro stessi».

Secondo i dati del Ministero degli Interni, più di 160 mila migranti sono sbarcati nell’isola nel 2014: per le vittime della tratta, c’è stato un incremento del 335% del numero delle donne nigeriane arrivate, 1.454 contro le 433 dell’anno precedente. «Le ragazze non chiedono aiuto, vivono nella paura e vergogna in silenzio, un silenzio che per noi è assordante – ha detto la suora -. Ultimamente le ragazze sulla strada sono aumentate e sono sempre più giovani. Spesso si tratta di ragazze arrivate con i barconi».

«Cosa ci dicono queste donne-bambine, nude, sulle nostre strade, a tutte le ore?», si è chiesta la religiosa raccontando la sua esperienza con l’Unità di strada, in cui una volta alla settimana le religiose vanno incontro alle vittime della prostituzione per «instaurare con loro rapporti di fiducia e amicizia». «Che nome dare ai clienti che sono i nostri nonni, mariti, fidanzati, figli, fratelli? Queste sorelle sono lì, esposte ai lupi, e molte di loro bevono alcool per trovare il coraggio di stare in strada», ha denunciato suor Gandini, esortando a combattere sia i clienti – «un uomo che ha bisogno di comperare il sesso non è un vero uomo» – sia gli sfruttatori, «liberi battitori che non vengono arrestati perché la polizia li conosce, ma aspetta che le ragazze facciano la denuncia». Ma le ragazze «hanno paura del ricatto delle famiglie, e preferiscono morire loro piuttosto che i loro cari». 

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