Redazione

Possente, geometrica, dalle calde mura in mattoni,
la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo
sorge come una antica rocca lombarda
tra le case e i palazzi del quartiere di Affori,
quasi a sottolineare la forza, la sicurezza
che promana dalla presenza viva di Cristo,
continuamente rinnovata dall’Eucaristia che in essa si celebra.
Consacrata trent’anni or sono, nel 1967,
la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo è oggi
cuore di una parrocchia viva e laboriosa,
anima di una periferia che senza questo suo segno grandioso
avrebbe corso il rischio di apparire anonima come tante altre.

di Luca Frigerio

E’ la chiesa che i milanesi, sinceramente riconoscenti, vollero «donare» a papa Paolo VI, Giovan Battista Montini, che con tanto impegno si era prodigato per la nascita di nuovi santuari nella diocesi ambrosiana. Nel primo anniversario della sua elezione al pontificato, il 21 giugno 1964, Montini benediceva la prima pietra (marmo di Candoglia, come per il Duomo) di quella che, fin dalla dedicazione, sarebbe statata la chiesa che avrebbe celebrato i suoi nomi, l’antico e il nuovo: Giovanni e Paolo.

La chiesa, uno dei vertici dell’architettura sacra contemporanea, si presenta a pianta libera, senza schemi forzati. Offre da ogni parte prospettive diverse. Luigi Figini e Gino Pollini, i due architteti autori del progetto (legati, per altro, da lungo e prolifico sodalizio che ha lasciato molteplici e significative testimonianze nel capoluogo lombardo), concepirono questo sacro edificio come profondamente legato alla più tipica tradizione lombarda, a cominciare dai materiali impiegati e per certe, chiarissime allusioni formali. E ciò nonostante, essa esce decisamente dagli angusti confini di un’architettura caratterizzata da sole reminescenze «locali», proponendosi per diversi livelli di lettura.

Prodotto di una lunga ricerca iniziata fin dai primi anni Sessanta, la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo di via Catone appare, fin dall’esterno, ricca di valori plastici ed emotivi, che determinano un’articolazione non priva di una certa carica drammatica, soprattutto per il senso di verticalità che l’organismo viene ad assumere e per la corposità quasi da medievali bastioni dei muri perimetrali, usati in funzione di chiusura totale.

Singolare l’esonartece, ovvero lo spazio immediatamente prospicente l’ingresso, quello che Figini chiamava «zona filtro» , sovrastato da larghi tegoloni in calcestruzzo di carattere protettivo, che qui gode di una incantata luminosità diffusa. Uno spazio sacro che invito alla preparazione e al raccoglimento, e che accompagna i fedeli al loro ritorno «nel mondo» dopo le celebrazioni comunitarie o la preghiera personale.

Il fulcro dello spazio interno è costituito dall’altare, un’enorme massa di marmo di Verona sbozzato, posto al centro di un vasto presbietrio quadrato, che gode della massima concentrazione di luce, essendo situato in corrispondenza esatta del tiburio, e quindi del lucernario principale. Tutto lo spazio interno della chiesa, del resto, suscita una forte suggestione, e la luce, che filtra solo dagli alti lucernari, accresce la dimensione spirituale dello spazio . Le superfici interne, trattate con intonaco «rustico» di colore bianco, creano contrasti di notevole efficacia con lo scuro soffitto, al punto che tutto l’insieme viene ad assumere un carattere di pacatezza e serenità, di raccolta intimità.

Figini e Pollini hanno voluto creare qui un luogo sacro del tutto diverso dai molti che in quegli anni apparivano a volte così impersonali, bizzarri, poveri di significato. E per questo hanno puntato ad una consapevole e meditata «frantumazione degli spazi e delle simmetrie»: una novità, tuttavia, che pur essendo assai valida dal punto di vista scenografico e architettonico, può oggi lasciare qualche perplessità alla luce dei più recenti orientamenti liturgici, all’epoca, del resto, non ancora pienamente elaborati e maturati.

Ma la chiesa dei Santi Giovanni e Paolo resta un sacro edificio di grande suggestione, in cui anche le ombre paiono avere una voce, gli spazi una misura e una successione meditata, un’armonia equilibrata e leggera, resa autentica ed evidente in ogni suo particolare. Davvero è questo forse il miglior tributo che la comunità dei fedeli di Milano poteva offrire, concretamente, alla memoria del suo amato pastore, l’arcivescovo (costruttore di chiese come Ambrogio) Giovan Battista Montini.

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