In Santa Maria del Carmine l’Arcivescovo è intervenuto alla presentazione dell’esperienza vissuta dai giovani che hanno partecipato all’iniziativa promossa dai Missionari scalabriniani

di Annamaria BRACCINI

umanità ininterRotta

«Non si tratta di riflettere sull’accoglienza o sulle migrazioni, ma di chiedersi come sarà la Chiesa cattolica di domani, nella consapevolezza che non e più quella di ieri, fatta soprattutto di chi era nato nel territorio della Diocesi. Ora gli ambrosiani vengono da tutte le parti del mondo e non sono certo stranieri. Non è accoglienza, né integrazione, che talvolta significa omologazione, ma tentare di costruire la Chiesa che ancora non conosciamo, dove tutti siamo uguali». È questo il Sinodo «Chiesa dalle Genti», voluto dall’Arcivescovo e da lui stesso spiegato durante l’incontro svolto nella parrocchia di Santa Maria del Carmine nel contesto del Breradesigndays, con la presenza dell’assessore alle Politiche sociali e abitative del Comune di Milano Gabriele Rabaiotti. In un luogo a suo modo simbolo, essendo il Carmine affidato ai padri Scalabriniani, dal 1887 accanto ai migranti e a chiunque sia in movimento, come ricorda il parroco padre René Manenti davanti a un numeroso pubblico fatto soprattutto di giovani. Riuniti, nella storica sacristia della parrocchia, per ascoltare l’esperienza che dal 6 al 25 settembre ha portato 8 giovani poco più che ventenni, provenienti da diverse zone di Italia, e padre Jonas Donazzolo, responsabile del progetto «Umanità ininterrotta», a percorrere la rotta balcanica delle migrazioni.  

Cinquemila chilometri per un’odissea del Terzo millennio – promossa da “Via Scalabrini 3” (l’attività giovanile interculturale dei missionari scalabriniani) – partita dalla Siria e arrivata a Trieste nella quale incontrare centinaia e centinaia di volti, di storie, di drammi, di sogni. E così prendono vita i racconti di viaggio, compiuto per «farci migranti tra i migranti, tra testimonianze di solidarietà e di diritti umani calpestati», come dice uno dei partecipanti.

«Rotta che è stata tappa e non meta» in cui conoscere, per esempio, Hussein, siriano, che avrebbe potuto ottenere asilo politico in Gran Bretagna, ma vuole rimanere vicino alla Siria per tornare ad Aleppo e fare il dentista come sognava. E poi in Grecia, dove la 24enne senese Valentina narra di Fatma, una mamma di due bimbe piccole – di un anno o poco più, l’una e l’altra di qualche mese -, che ha avvicinato in traghetto da Samo ad Atene. La stessa Samo, paradiso turistico, dove non si può immaginare la tragedia del suo hotspot infernale creato per 600 persone, mentre ora sono in 5000: «Mi ricordo la sua tenerezza verso le figlie e la paura di fronte al non sapere cosa sarebbe stato il giorno dopo. Ci siamo interrogati su cosa possiamo fare noi e cosa fa l’Europa». L’incontro con Shoaib – un ragazzo pakistano con l’obiettivo finale di giungere in Germania – è avvenuto invece a Velechevo, punto cruciale tra la Repubblica Serba e la Bosnia. «É lui che ci ha detto, battendo il piede per terra: “Noi siamo come pedine in un gioco, dove ciascuno tira un calcio e magari qualche Stato schiaccia alla fine”». Terribile il modo con cui tutti chiamano, in una sorta di gergo internazionale, il migrare verso una vita migliore: il game (gioco, in inglese) dove però la posta è la vita.

Poi, la storia a lieto fine raccontata in prima persona da Hadi, che si definisce «nato come immigrato afghano partito per l’Iran a 15 anni e vissuto in tre Paesi diversi, sempre come immigrato. Per me capire è stato fondamentale, sennò come passare 3 notti in montagna, per attraversare un punto in cui c’era un blocco, che in auto avremmo raggiunto in 5 minuti?». Dopo essere arrivato in Italia, «avendo trascorso 48 ore nascosto in un camion pieno di arance, con una temperatura da tra 0 e 4 gradi, caricato su una nave sbarcata ad Ancona», scandisce: «Un anno e mezzo di viaggio in tutto, ma mi ritengo fortunato, altri impiegano molto di più, ammesso che si salvino». Oggi Hadi gestisce un’attività con 15’dipendenti a Padova. «Trasmettiamo il nostro viaggio e quello di altri come noi, attraverso il cibo delle nostre terre di origine».

Vicende di fronte alle quali, l’Arcivescovo, che segue attentissimo le testimonianze, osserva: «Il fenomeno e così complesso, le storie così drammatiche, che è difficile leggerlo nel suo insieme rendendolo anche solo comunicabile». Il pensiero va, appunto, al Sinodo minore: «Non un Sinodo sui migranti o sulla posizione della Chiesa di fronte alle migrazioni, ma relativo a come la Chiesa si costituisce da genti che hanno tradizioni, modi, consuetudini differenti. Come edificare tale comunità?  È una sfida al limite dell’impossibile, ma proprio per questo i lavori del Sinodo si sono conclusi non con una ricetta, ma con la richiesta di mettersi, come popolo, in cammino verso la terra promessa».

Quattro le indicazioni venute dall’assessore Rabaiotti: «Anzitutto, ho sentito una forma di debolezza, non sentendomi all’altezza di questa sfida perché non sono uomo di domani come lo sono i giovani che hanno un’esperienza meno autocentrata e meno milanese, anche se Milano vuole essere sempre più città che accoglie». Inoltre «abbiamo pigrizie e inerzie, tuttavia l’Istituzione non si costruisce con proteste, contestazioni, conflittualità politiche, ma in una sperimentazione lunga e potente che fa la comunità». Il titolo di una tesi presentata alla serata, “Perché non te la porti a casa tua?”, gli fa dire: «Questa domanda non è contro il potenziale ospite, desiderato o no, è un interrogativo contro di noi che minaccia silenziosamente la dimensione di coesione che è nella nostra comunità». Infine, i luoghi pubblici dove vivere la comunità: «La scuola, il cortile delle case popolari, la strada».

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