A quasi un anno e mezzo dall’istituzione dell’organismo diocesano, il responsabile don Diego Pirovano traccia un bilancio positivo sotto il profilo numerico e qualitativo: «Abbiamo accolto un’ampia e variegata gamma dell’umanità legata al tema della famiglia divisa»

di Annamaria BRACCINI

Diego Pirovano

È un giudizio molto positivo, sotto ogni profilo, quello che don Diego Pirovano, responsabile dell’Ufficio diocesano per l’accoglienza dei fedeli separati stila ripercorrendo i 15 mesi di attività dell’organismo voluto dal cardinale Scola: uno spazio di accoglienza, corretta informazione e accompagnamento per i fedeli separati.

Come giudica l’impegno operativo dopo quasi un anno e mezzo?
Sono molto soddisfatto del lavoro svolto che, voglio ricordare, è di orientamento, di consulenza canonica, di preparazione in vista di un’eventuale Causa di nullità matrimoniale. Ovviamente il Servizio non favorisce le nullità in quanto tali, ma solo la possibilità di accedere a percorsi di verifica. A questo proposito ritengo fondamentale l’estrema positività della collaborazione instauratasi tra me e i miei due collaboratori: don Luigi Verga e suor Chiara Bina. Da evidenziare anche il ruolo rilevante della segreteria.

Quali i numeri?
Dall’1 settembre al 23 dicembre 2015 abbiamo realizzato un totale di 214 appuntamenti e 203 colloqui. Cifra che in proporzione è aumentata, se consideriamo che dall’8 gennaio all’8 dicembre 2016 gli appuntamenti sono stati 668 e i colloqui 589.

Come è la composizione sociale di chi arriva? Più uomini o donne? Quale l’età media?
L’utenza dell’Ufficio è veramente variegata, anche se non abbiamo dati statistici precisi. Siamo al 50% tra uomini e donne e, per quanto riguarda le età, abbiamo avuto coppie o singoli con separazione avvenuta dopo pochi anni di matrimonio – o, addirittura, pochi mesi -, così come sono arrivate persone già avanti negli anni, separate anche da tanto tempo. Dal punto di vista dell’estrazione sociale e culturale, abbiamo accolto gente molto semplice, ma anche docenti e liberi professionisti. Quindi, un’ampia gamma di quell’umanità legata al tema della famiglia divisa, come io preferisco chiamare la «famiglia ferita».

Le persone che hanno chiesto un colloquio hanno compreso la natura e gli scopi dell’Ufficio o vi siete trovati in difficoltà?
Questo è un aspetto interessante, anche perché all’avvio ci eravamo domandati se saremmo stati capiti. Ora posso dire che coloro che ci hanno contattato hanno avuto un approccio ordinato all’Ufficio stesso, rispettandone la procedura e le finalità. I casi che, diciamo così, hanno trovato un altro “indirizzo” sono stati davvero pochi e si contano sulle dita di una mano. Su 100 colloqui – in termini percentuali, per quanto non scientifici – si può dire che circa l’80% riguarda la consulenza previa per la Causa di nullità matrimoniale, come è previsto dal punto 4 del Decreto di istituzione. È una conferma dell’orientamento non giuridico, ma pastorale, dell’Ufficio. Abbiamo, poi, un numero ridotto di tentativi di riconciliazione, con una cifra che si attesta intorno al 5%.

Dopo l’Esortazione apostolica Amoris Laetitia, intorno alla quale si è creata una certa confusione mediatica, avete notato un mutamento nelle richieste e nell’atteggiamento dei vostri utenti?
Senza dubbio, il riferimento all’Amoris Laetitia si è fatto sentire. Tuttavia non vi è stato né un aumento dei “numeri”, né uno stravolgimento delle richieste. È chiaro che, anche se in modo non preciso, i mass media hanno orientato le domande. Il nostro atteggiamento, per il momento, è ancora quello di uno studio prudente del Pronunciamento, in attesa di un’interpretazione e di un’applicazione condivise in senso ecclesiale. Chiaramente, il riferimento ad Amoris Laetitia è sempre stato mediato, per i nostri utenti dai sacerdoti, che li hanno inviati all’Ufficio: sono loro gli interlocutori primi di tale percorso di discernimento.

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