Nel centenario della nascita del frate servita, ripercorriamo il suo intenso e sofferto rapporto con Milano, dal primo approdo voluto dal cardinale Schuster ai periodici ritorni, fino all’abbraccio conclusivo con il cardinale Martini

di Renzo SALVI

David Maria Turoldo

«Ero appena ordinato sacerdote, ero giovanissimo, ero entrato a Milano; durante la guerra ho cominciato la mia predicazione e già nel 1943 predicavo in Duomo… E nel ’43 tu sai quello che è avvenuto». Così David Maria Turoldo, in un’intervista televisiva del 1986 a Leonardo Valente, ricorda il suo giungere nella città e nella Diocesi di Ambrogio: è un dire piano, quasi sottotono. La predicazione in Duomo cui si accenna specchia la scelta, di fiducia e di coraggio, del cardinale Schuster nei confronti di un giovane frate di parola già tonante sine glossa; poi, con un cenno lieve, il ricordare la lotta di Liberazione nazionale e la partecipazione alla Resistenza, con l’aiuto ai perseguitati, il sostegno alle famiglie dei “Ribelli per amore” in armi nella clandestinità, la diffusione di pensieri di speranza e di democrazia con le colonne a stampa de L’Uomo…

Terra d’asilo e di annuncio

Milano è da subito per Turoldo la seconda patria: vi si innerva e vi si fonde; la canta nel dramma della distruzione bellica come la «mia perita città» e si rende partecipe delle sue desolazioni sociali: «Vecchia che dormi in una scatola di cartone» è un passo delle sue primissime composizioni poetiche.

Ancora nel segno di Schuster è la scelta di affiancare e sostenere Nomadelfia facendosene voce operativa nella Diocesi e dal Duomo, promuovendo atti di sostegno materiale e dibattendo con don Zeno, tra accordi e disaccordi, su come il cristianesimo dovesse impattare la storia.

Quando la realpolitica della guerra fredda tocca e segna le posizioni pubbliche della Chiesa e quando le posizioni rigoriste dell’unità istituzionale dei cattolici pretendono l’allontanamento di Turoldo da San Carlo al Corso verso altri conventi, non solo in Italia – gli anni con la valigia -, Milano si configura come un’altra terra verso la quale sperare.

La Grande Missione

Un ritorno data 1957: ancora nel segno di un Arcivescovo. È Giovan Battista Montini a decidere una Grande Missione sulla città, cui invitare tutte le sensibilità della Chiesa e moltissime, anche discordanti, esperienze di testimonianza della fede.

Montini «pensa in grande e guarda alto e lontano», affermava fin da allora il futuro Giovanni XXIII; per la Grande Missione, nel nome di Dio Padre, l’Arcivescovo chiama alla predicazione in città anche gli “allontanati” Ernesto Balducci, Primo Mazzolari, Nazzareno Fabretti, Camillo De Piaz… E con loro David Maria Turoldo. Scrivendo in memoria di don Primo, Turoldo ricorda: «Insieme una sera siamo saliti sui gradini dell’altare di Sant’Ambrogio per ricevere il mandato della predicazione dalle stesse mani del Vescovo che ci consegnava la Scrittura e ci abbracciava. E quella sera pensando a tante cose, insieme abbiamo pianto».

Quella missione è un anticipo conciliare: Giovanni XXIII sarà Papa l’anno successivo – «inatteso maestro» nel dire di Madeleine Delbrêl -, sicché per tanti dei peregrinanti richiamati in Milano ripresero i cammini della marginalità, a inseguire – come si legge in una lettera a Rienzo Colla per i trent’anni della Locusta – «quei nostri sogni di una Chiesa nuova, di un Paese nuovo, di nuove culture e di propositi a non finire… l’intreccio delle nostre speranze che attraversavano i nostri conventi e canoniche e gruppi, col “Gallo” di Genova, con la “Corsia dei Servi” a Milano e con l’Adesso di Mazzolari: segni annunciatori, per quanto inconsci, addirittura di un Concilio, fiorito poi inaspettatamente, come tutti sappiamo».

A Fontanella di Sotto il Monte

Un riavvicinamento a Milano avviene nel segno di papa Roncalli, con la scelta di David Maria Turoldo di vivere e “proclamare” da Sotto il Monte, nel 1964, ponendosi all’interno dell’Abazia di Sant’Egidio in Fontanella, tanto amata da Giovanni XXIII, per ricordare il Pontefice iniziatore del Concilio che, in quel momento, proprio Giovan Battista Montini, col nome di Paolo VI, sta proseguendo.

Da Fontanella riprende una frequentazione intensa di Milano: verso gli amici, certamente, e con le case editrici della sua poesia, con la redazione dei quotidiani – molti gli interventi su Il Giorno diretto da Italo Pietra per la rubrica «Religione e mondo moderno» curata da Giancarlo Zizola – e nei modi della comunicazione di massa per il tramite della Rai: con i programmi televisivi per bambini Vita di Gesù e Storia della Salvezza, poi con la rubrica Segni per tempi nuovi, ogni martedì, per 14 anni, negli spazi di emissione regionale di RadioDue. In questa rubrica, con Davide intervistatore e interlocutori che vengono da mondi lontani geograficamente come pure da esperienze vicinissime, spesso Milano è protagonista: l’associazionismo e il sindacato, i movimenti ecclesiali e le istituzioni culturali, le esperienze di base e figure della scienza, dell’arte, della letteratura. Una di queste conversazioni, in diretta radio, sarà in onda non da corso Sempione, ma dallo studio del cardinale Martini.

Una nuova accoglienza

Nel nome, nel segno e nell’affetto del cardinale Martini è l’ultimo rientro, ufficiale, di Turoldo nella città e nella Diocesi. Sono chiamate successive – quelle di Martini verso Turoldo – e suggestioni e proposte che ne sollecitano i tanti versanti della “predicazione”, della capacità comunicativa, del suo dire con soave violenza profetica: una scrittura teatrale nuova per il Congresso eucaristico (sarà La morte ha paura), la predicazione ai giovani in Duomo sulla figura di Maria di Nazareth, il Premio Lazzati dell’Ambrosianeum, che il Cardinale vorrà consegnare a Turoldo personalmente e in pubblico. Le parole di quella sera, scelte per dire le motivazioni d’un riconoscimento, sono da ricordare: «…per dire che apprezziamo l’onestà, la convinzione… Apprezziamo il calore dell’arte; apprezziamo… e forse dovrei dire “ripariamo”: con questo premio noi ci mettiamo un po’ di riparo dal fare soltanto sepolcri ai profeti. Vogliamo dire: no, noi riconosciamo. E in tutto ciò che c’è stato nel passato di non riconoscimento, possiamo dire che abbiamo anche sbagliato. Credo sia anche onesto riconoscerlo».

Milano e la Chiesa di Ambrogio, in nome della Chiesa tutta, riabbracciarono un Turoldo commosso fino alle lacrime, nel declino, tuttavia contrastato da una fiera opposizione, impostogli dal “drago” che lo lacerava da anni. E a Milano e alla sua Chiesa, in quella sera, a conclusione ormai di una vita, vennero rivolte anche le parole di commiato e di dedica di Turoldo, che ricordò la grande corona di vescovi «cominciando da Schuster» che, anche «pagando per questo», lo avevano sempre confortato e «amato sin all’esagerazione», e concluse: «La mia poesia sulla Bibbia non può che avere un destinatario, appunto: il mio amico vescovo Martini, dalla cui paternità mi sento accolto come figlio, donde il grande debito di riconoscenza. Per un frate della mia avventura, non è piccola grazia, in tutta la Chiesa di Dio».

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