Il pedagogista della Cattolica interverrà alla Giornata di studio dell’11 novembre: «In un contesto sempre più multiculturale, permette ai ragazzi di vivere un’esperienza di apertura e di fraternità»

di Luisa BOVE

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«Un oratorio per crescere» è il tema affidato Pierpaolo Triani, professore ordinario di Pedagogia generale e sociale dell’Università cattolica, che interverrà alla Giornata di studio dell’11 novembre. «Il titolo del mio intervento – spiega il docente – da un lato dice la natura dell’oratorio come ambiente di grande valore formativo, ma dall’altro sottolinea la responsabilità che una comunità si assume quando intende valorizzare l’oratorio».

Può anticipare il suo pensiero?
Approfondirò il valore dell’oratorio all’interno di una logica della comunità educante come ambiente che ha la sua ricchezza di stimoli, la possibilità di accompagnare lo sviluppo, la crescita dei bambini, dei ragazzi e dei giovani. Lo scopo del mio intervento è di ribadire la forza formativa dell’oratorio, ma anche di non considerare questo ambiente come automaticamente formativo. Occorre sottolineare la necessità che ci sia una progettualità educativa da parte della comunità, per fare in modo che l’oratorio diventi realmente un luogo di crescita. Inoltre cercherò di mettere in luce alcune sfide educative di oggi.

Pierpaolo Triani

Quali?
La sfida di aiutare i ragazzi a uscire da una centratura su loro stessi, la sfida dell’individualismo, permettendo loro di vivere un’esperienza di apertura e di fraternità, la sfida del dialogo multiculturale, perché oggi gli oratori sono sempre più contesti multiculturali, ma anche la sfida della trascendenza. Questo significa fare in modo che gli oratori siano luoghi di crescita integrale, la dimensione spirituale e la proposta di fede devono essere messe a tema.

Rispetto all’uso dei social da parte dei ragazzi, c’è un’attenzione particolare da avere nell’azione educativa?
Credo che le domande e i bisogni di fondo dei ragazzi siano permanenti. La domanda di relazioni significative, amicizia, felicità, scoperta di sé e di senso sono tutti elementi permanenti. Quello che è cambiato, ed è normale, è il linguaggio. I ragazzi hanno arricchito le loro forme di interazione, perché i social sono un arricchimento, che però possono portare anche al rischio di una frammentazione delle interazioni e a un indebolimento di profondità delle interazioni stesse. Oggi hanno una particolare sensibilità rispetto ai loro vissuti, alcuni studiosi parlano di autocentratura dei ragazzi su loro stessi, ma credo che questo sia comune anche a noi adulti.

Altri aspetti significativi che coglie dal suo osservatorio?
Oggi nei ragazzi sta nascendo una nuova sensibilità sociale, soprattutto rispetto al tema della sostenibilità, del clima, ed è un aspetto nuovo. Anche solo rispetto a 25-30 anni fa, quando era senz’altro meno evidente, perché meno problematico. Ma quello che sta crescendo di più è la domanda di accompagnamento. In una società sempre più frammentata, dove a ciascuno è chiesto di fare quello che si sente, di costruirsi la propria strada, i punti di riferimento esterni sono più deboli, quindi la domanda di accompagnamento nei ragazzi si fa più forte. Però è una richiesta ambivalente, perché da un lato c’è una domanda di accompagnamento e dall’altra la fatica di stare dentro una relazione, un cammino formativo.

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