Le conseguenze della pandemia mettono a rischio il futuro di molti istituti. Il Vescovo delegato lombardo riprende i recenti documenti Cei e Cel e sottolinea: «Ad addolorarci maggiormente sono i tanti luoghi comuni che penalizzano queste realtà educative»

di Annamaria BRACCINI

Scuola

I Vescovi lombardi, riprendendo la nota Cei, hanno voluto sottolineare la preoccupazione che la crisi legata alla pandemia possa mettere in serio pericolo la riapertura delle scuole paritarie. La  sensazione è che questo possa davvero avvenire su larga scala? Lo abbiamo chiesto a monsignor Pierantonio Tremolada, vescovo di Brescia e delegato della Cel per Pastorale scolastica e Irc: «Stiamo parlando di scuole che faticano a condurre la loro preziosa attività educativa in una situazione normale, perché costrette, in molti casi, a sostenersi facendo leva unicamente sulle rette che le famiglie versano. Se immaginiamo lo scenario che si sta delineando in conseguenza di questa emergenza sanitaria, con le normative che impongono un ampliamento degli ambienti e un incremento del personale, nonché un ridimensionamento del volontariato, possiamo facilmente immaginare a quali serie difficoltà andranno incontro le nostre scuole paritarie».

Di che numeri stiamo parlando e quanti sono, nel complesso, gli istituti paritari in Lombardia?
I numeri in Lombardia sono estremamente rilevanti. Si tratta di una delle regioni dove le paritarie hanno un ruolo determinante. Soprattutto nel caso delle scuole dell’infanzia, la proporzione tra statali e paritarie colpisce: dai dati in mio possesso, si contano 1337 scuole statali e 1717 scuole paritarie. In singole province particolarmente importanti – Milano, Brescia, Bergamo, Como – il numero delle paritarie dell’infanzia è superiore a quello delle statali. Il dato complessivo, che include le scuole primarie (elementari) e secondarie di primo grado (medie) e di secondo grado (superiori), è di 5313 scuole statali e 2515 scuole paritarie.

Il ruolo svolto da queste scuole, anche a livello di diffusione capillare sul territorio, è insostituibile. Certamente vi sono questioni ancora aperte di ordine economico, ma in linea più generale, secondo lei, le istituzioni pubbliche comprendono la rilevanza civile e sociale delle paritarie, o si è fermi a un confronto solo ideologico?
Questo è l’aspetto che più ci addolora. Siamo ormai da troppo tempo di fronte a una palese ingiustizia, di cui purtroppo l’opinione pubblica non si rende conto a causa di luoghi comuni ancora molto diffusi. Si parla, per esempio, di scuola pubblica, che vuol dire scuola dei cittadini, e la si fa coincidere con la scuola statale. Si dice scuola privata invece di scuola paritaria e la si immagina come scuola dei ricchi, scuola a scopo di lucro, scuola che ruberebbe fondi allo Stato. Ma come si può pensare che i nostri asili parrocchiali siano a scopo di lucro e che tolgano fondi allo Stato? E le scuole elementari, medie e superiori degli istituti religiosi, davvero sono scuole per ricchi? Certo, se si devono sostenere soltanto con le rette delle famiglie, rischiano di essere frequentate solo da chi può o da chi fa di tutto per potere. Ma se ricevessero dallo Stato quello che è giusto, avrebbero certo piacere di accogliere molti altri, e già fanno di tutto per accoglierli. Chi è un po’ più esperto sull’argomento, poi, ricorda la frase «senza oneri per lo Stato» che si trova nella Costituzione italiana quando si parla delle scuole non statali: si deve, tuttavia, ricordare che il senso di questa espressione è perlomeno discusso e che, in ogni caso, vi è un diritto delle famiglie, riconosciuto a livello europeo, di scegliere l’indirizzo educativo per i propri figli in ambito scolastico e vi è il diritto dei cittadini di organizzarsi per offrire un servizio scolastico che lo Stato verificherà. Del resto, tutti dovrebbero sapere che le altre grandi democrazie europee, come Francia, Germania, Inghilterra, hanno un sistema scolastico integrato, dove la scuola pubblica è gestita sia dallo Stato, sia da Enti costituiti da cittadini, riconosciuti, verificati e sostenuti dallo Stato stesso. Perché mai in Italia non potrebbe essere così? Sarebbe bello poter parlare di tutto questo con serenità e schiettezza, senza pregiudizi. Spero tanto che prima o poi lo si possa fare.

Le Diocesi lombarde – come si legge nel documento – «si impegnano, secondo le loro possibilità, a promuovere forme di sostegno anche economico per le famiglie che desiderano educare i propri figli attraverso la scuola cattolica». Vi sono iniziative concrete in questo senso, in vista dell’avvio del prossimo anno scolastico?
Sappiamo che la Cei intende sostenere le famiglie che hanno iscritto i figli alle scuole paritarie tramite borse di studio che consentano loro di pagare le rette nel caso in cui, per la situazione creatasi, non fossero in grado di farlo. Anche noi come Diocesi lombarde intendiamo promuovere una simile forma di sostegno. Un aiuto vorremmo offrire poi alle scuole parrocchiali, in particolare quelle dell’infanzia, che non fossero in grado di garantire gli stipendi al loro personale. Rivolgiamo un invito alle comunità parrocchiali, affinché sentano proprie queste scuole e le sostengano in tutti i modi possibili. La loro azione educativa va considerata assolutamente preziosa.

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