Salvezza della persona ed edificazione della società non sono possibili senza maestri credibili, capaci di “suscitare” uomini più saggi. Emmanuel Mounier nel suo Le Personnalisme chiariva in questo modo: compito dell’educazione è «non fare, ma suscitare persone: per definizione una persona si suscita con un appello, e non si fabbrica con l’addestramento»

di Luciano Corradini
presidente nazionale dell’Uciim e dell’Aidu

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«Le civiltà nascono, crescono e muoiono. Ma come le ondate dell’alta marea penetrano ciascuna un poco più a fondo nell’arenile, così l’umanità avanza sul cammino della storia. Eredi delle generazioni passate e beneficiari del lavoro dei nostri contemporanei, noi abbiamo obblighi verso tutti e non possiamo disinteressarci di coloro che verranno dopo di noi a ingrandire la cerchia della famiglia umana». Questa la poetica e sapienziale visione che Paolo VI proponeva della storia e del susseguirsi delle generazioni, quasi quarant’anni fa, nell’enciclica Populorum Progressio (1967).

Non si tratta però di superficiale ottimismo, perché il Papa non ignorava gli arretramenti e i rischi che incombono sulla vicenda umana, così come li avevano avvertiti i padri conciliari della Gaudium et spes del 1965 (15,d): «È in pericolo, di fatto, il futuro del mondo, a meno che non vengano suscitati uomini più saggi». Nel capitolo successivo, il medesimo testo precisa il carattere di questa saggezza, dicendo che occorre «suscitare uomini e donne non tanto raffinati intellettualmente, ma di forte personalità, come è richiesto fortemente dal nostro tempo» (GS, 31,b).

Ma già nel 1958 Gesualdo Nosengo, il fondatore dell’Uciim, aveva scritto nel suo libro La persona umana e l’educazione (di cui è ora uscita la quarta edizione presso l’Editrice La Scuola): «La civiltà, come l’amore, come l’arte, come il Regno di Dio sono interiori all’uomo. Se una generazione scomparisse trascurando di suscitare questa ricchezza interiore nella generazione successiva, questa, pur trovandosi a vivere in mezzo a istituzioni politiche ottime, a consuetudini morali buone, ai monumenti delle arti, delle lettere e della religione e ai ritrovati del progresso scientifico, non ne comprenderebbe il valore, li trascurerebbe e magari li distruggerebbe e, in conseguenza di questo, diventerebbe assai presto incivile e spiritualmente povera» (p.60).

Il testo conciliare già citato riprende in questo modo il tema della staffetta fra le generazioni: «Legittimamente si può pensare che il futuro dell’umanità sia riposto nelle mani di coloro che sono capaci di trasmettere alle generazioni di domani ragioni di vita e di speranza». In queste proposizioni non compare il termine educazione. Eppure è di questa che si parla.

Mentre il verbo trasmettere utilizza, per definire l’educazione, una metafora più nota e più fisicamente controllabile (si tratta di inviare o trasferire qualcosa da un emittente a un ricevente, rappresentato metaforicamente nella staffetta o nella traditio lampadis), il verbo “suscitare” evoca un processo più interiore e misterioso, che Emmanuel Mounier nel suo Le Personnalisme chiariva in questo modo: compito dell’educazione è «non fare, ma suscitare persone: per definizione una persona si suscita con un appello, e non si fabbrica con l’addestramento».

Appello è vocazione, è chiamata che attende risposta, in un dialogo impegnativo, che talora s’inceppa. La chiamata non sempre è percepibile e convincente; la risposta non sempre è pronta e generosa. Chiamare e mandare, attribuiti all’azione diretta di Dio, sono esperienze interiori presenti fin dall’origine della narrazione biblica («Esci dalla tua terra e va…») e si sviluppano poi nei termini teologici di vocazione e apostolato. Nella chiamata e nel mandato si gioca una partita complessa fra due soggetti, due libertà, tra le quali passa una “voce” che è messaggio e notizia, volta a stabilire una relazione profonda (fides ex auditu) e a provocare lo sviluppo di una “storia”.

Lo stesso mandato d’insegnare, rivolto da Gesù ai suoi discepoli, che nel testo latino suona «euntes docete», in greco si legge «matethèusete», che significa letteralmente «fatevi dei discepoli» (Mt 28,19), come ripeteva spesso Nosengo. Si tratta di un’espressione meno forte dell’invito a farsi «pescatori di uomini» (Mt 4,19), ma certo più forte del semplice informare o far sapere una notizia o una nozione. Per farsi dei discepoli occorre essere dei maestri, cresciuti a propria volta a contatto con maestri da cui si è stati suscitati, o nutriti di sapienza.

Sulla natura di questo mandato è ancora il Concilio a proporre una formula illuminante e drammatica: «Si tratta di salvare la persona umana, si tratta di edificare l’umana società» (GS, 3b). E noi sappiamo che salvezza della persona e edificazione della società – dimensioni distinte, ma inseparabili della storia della salvezza e della storia dell’umanità – non sono possibili se non ci sono maestri credibili, capaci di “suscitare” uomini più saggi. Capaci di farsi dei discepoli non per legarli a sé, ma per mandarli a servire altri. Gli “esperti in umanità”, come gli “uomini di Dio”, possono essere, a diverso titolo, per credenti e non credenti, maestri suscitatori di saggezza.

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