La Lettera pastorale ci offre la prospettiva più corretta per entrare nel tempo dopo Natale

di monsignor Luca BRESSAN
Vicario episcopale

lettera pastorale

«La nascita di Gesù a Betlemme di Giudea irradia la gloria di Dio nella storia umana, anche nella storia oscura e stentata dei pastori che vegliavano il gregge nella notte. Il Dio vicino avvolge di luce la vicenda di tutti coloro che si lasciano raggiungere dall’annuncio della gioia e credono». E, poco più avanti: «Vorrei che tutti i fedeli, i catecumeni, gli uomini e le donne che abitano nella Diocesi ambrosiana fossero disponibili a questa esperienza di grazia e di trasfigurazione: con la stessa semplicità dei pastori di Betlemme, camminando nella notte, possiamo tutti sperare che la gloria del Signore vicino ci avvolga di luce. Perciò insistiamo nella preghiera: “Credo; aiuta la mia incredulità!” (Mc 9, 24)».

L’Arcivescovo, con le parole della sua Lettera pastorale, ci offre la prospettiva più corretta per entrare in questo tempo dopo Natale. Un tempo in cui continuare, facendo nostro l’atteggiamento di Maria, a custodire, a fare tesoro dell’esperienza gioiosa che è stata la contemplazione dell’incarnazione del Dio con noi. Questa operazione, questa attitudine di custodia e di contemplazione, lungi dal porci in atteggiamenti di inerte passività, ci fornisce invece le energie per affrontare al giusto di livello di profondità i tradizionali appuntamenti del mese di gennaio, ovvero le quattro Giornate dedicate ai temi della Famiglia, della Vita, della Solidarietà e del Lavoro, della condivisione con i malati e i sofferenti.

Come cristiani ci occupiamo di questi temi perché siamo convinti che la novità della Rivelazione del Dio vicino è capace di trasfigurare il nostro quotidiano, fin nelle sue pieghe più intime e remote. Riassaporando la freschezza del magistero conciliare, potremmo dire, facendo nostre oggi le parole del decreto Ad Gentes: «Principale compito dei cristiani, siano essi uomini o donne, è la testimonianza di Cristo, che devono rendere con la vita e con la parola nella famiglia, nel ceto sociale cui appartengono e nell’ambito della loro professione. In essi infatti deve realmente apparire l’uomo nuovo, che è stato creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità. Questa novità di vita essi devono esprimerla nell’ambito della società e della cultura della propria patria, secondo le tradizioni nazionali. Devono conoscere questa cultura, elevarla e conservarla, svilupparla in armonia con le nuove condizioni, e finalmente perfezionarla in Cristo affinché la fede di Cristo e la vita della chiesa non siano più estranee alla società in cui vivono, ma comincino a permearla e a trasformarla» (AG 21).

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