Redazione

Si ripete spesso, come uno stereotipo, che lei è persona schiva e riservata. Eppure ha saputo comunicare con efficacia…
E’ vero che sono persona schiva e riservata e vivo volentieri anche nella solitudine. Però quando c’è da incontrare la gente mi piace farlo. Forse il dono di comunicazione che mi viene attribuito è dovuto al fatto che non mi reputo molto intelligente, sono un po’ lento nel comprendere e faccio fatica. E quando parlo ad altri comunico loro il mio cammino di intuizione. Chi è troppo intelligente lancia le sue idee sulla gente come se le avessero già capite. Chi fa personalmente fatica sa comunicare agli altri questa fatica e quindi forse si spiega meglio.

Anche per lei, come per il beato cardinal Ferrari, fare il vescovo è stato «abisso di sofferenze»?
Ci sono certamente sofferenze soprattutto quando non si sa camminare secondo il Vangelo, ma sono stato molto aiutato, dai miei collaboratori e dalla gente. Mi sono sempre sentito un vescovo educato dal suo popolo. E’ stato un cammino arduo, in salita, ma come una bella salita in montagna dove si godono, con la fatica, grandi orizzonti.

Come vive adesso il suo essere vescovo “senza gregge”?
Sento di avere il mio gregge come prima, perché ogni giorno prego a lungo per i preti, i laici, le parrocchie, le iniziative diocesane. Mi sento ancora pastore solo che è cambiato il modo di esserlo: adesso il mio compito, importante, è quello dell’intercessione.

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