Redazione

SIAMO STATI EREDI FEDELI DELL’INSEGNAMENTO DI LAZZATI?

Viene da chiedersi se dell’insegnamento di Lazzati siamo stati eredi fedeli e fattivi. E il campo della domanda potrebbe essere allargato e coinvolgere per molti versi l’intera generazione che diede vita e forma istituzionale all’Italia libera, reggendone sorti e governo per i primi anni. La risposta non può essere positiva.

Non stupisca l’asciuttezza del giudizio, espresso ovviamente in termini generali e riassuntivi, senza entrare qui nel merito della polemica che ha coinvolto intelligenze e passioni in dibattiti passati e recenti intorno alle «speranze tradite» a partire dall’Italia del boom, per andare poi ai prezzi altissimi pagati in termini di vita sociale, di giustizia, di convivenza, di stabilità della stessa democrazia, su su fino alla stagione del terrorismo, poi di Tangentopoli, per approdare alla deriva di stampo populista.

Soprattutto in un aspetto siamo stati carenti: lo spirito di vigilanza. Giuseppe Dossetti, sodale di scelte di campo impegnative sotto il profilo spirituale e compagno di tante battaglie con Lazzati, ebbe un’immagine efficace per dire la testimonianza fondamentale dell’amico. Un’icona di capacità evocativa biblica, che rende la fisionomia di una figura e finisce per descrivere, in controluce, una situazione collettiva: parlò di «sentinella nella notte».

Si tratta di un’espressione su cui meditare in quanto assurge a metafora del tempo e della storia. Riconosce che i percorsi non sono mai lineari, che a momenti positivi e propositivi altri ne possono succedere di segno diverso quando non contrario, che si può giungere anche a fasi di preoccupante involuzione, fino all’oscurità; ma le condizioni anche meno favorevoli e neanche imputabili magari a responsabilità nostre dirette, non possono mai esimerci dal compito vitale della massima attenzione per la salvaguardia dei valori essenziali. Vegliare, dovere di tutti, è compito distintivo del cristiano; èl’«essere pronti», di memoria evangelica, per il momento in cui la chiamata verrà.

Proprio sulla vigilanza, premessa indispensabile della funzione dell’educare e con riferimento specifico alla ricaduta prodotta sui giovani dalle tante mancanze, dalle continue fughe dalle responsabilità, dai rinvii e dagli atteggiamenti elusivi occorrerebbe fare un approfondito esame di coscienza.

L’espressione può sembrare desueta, eppure s’impone per almeno due ordini di motivi. Il primo è che i cambiamenti devono prima compiersi dentro di noi, altrimenti la loro proposizione risulterà inefficace, in quanto priva della credibilità che viene dalla testimonianza diretta, dal giocarsi, dal rischiare di persona.

Il secondo rimanda al bisogno urgente di scendere in profondità, di non accontentarsi dell’attitudine descrittiva, ma di scandagliare i recessi dell’animo e dei comportamenti, se si intende davvero capire che cosa sta succedendo in un passaggio tanto travagliato, quale è quello che stiamo attraversando.

Ma la comprensione non è pura opera di intelletto e di spiegazione d’ordine razionale; essa incomincia quando si compie un’opera di pulizia, si decide a spogliarsi di orpelli e di pregiudizi, si fa un po’ di vuoto dentro di sé. Se si vuole ascoltare e distinguere le voci occorre creare le condizioni interne di recezione.

(segue)

pag. 1 – pag. 2 – pag. 3 – pag. 4 – pag. 5 – pag. 6 – pag. 7 – pag. 8

Ti potrebbero interessare anche:

Questo sito fa uso dei cookie soltanto per facilitare la navigazione Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi