Redazione

IL FUTURO NON L’ABBIAMO DENTRO NOI GENERAZIONE ADULTA

Forse oggi facciamo poco per i giovani (prendiamo quell’elemento di valutazione quantitativa sia in base a una scala di pesi materiale, sia in riferimento a criteri di qualità) perché il futuro non l’abbiamo dentro noi generazione adulta.

La precarietà che ragazzi e ragazze vivono è esito delle incertezze e delle instabilità che ci portiamo appresso noi e con le quali li contagiamo. Le insicurezze che, ad esempio, fanno procrastinare negli anni le scelte affettive indirizzandole lungo i binari del «di fatto» e della «reversibilità» sono sintomi agiti dai figli a seguito di malanni dei padri e delle madri: sono la restituzione del mal-essere che produce una città magari pensata in grande, ma per l’oggi, per l’hic et nunc, di cui godere al massimo e al più presto possibile, da cui prendere il massimo sfruttabile senza nulla restituire.

È chiaro che una città non andrebbe avanti, o avrebbe comunque scarse prospettive, qualora prevalesse una modalità tanto ripiegata su se stessi, da far evocare l’antica immagine mitica di Crono che divora i suoi figli, per alludere ai modelli di vita dei molti che puntano solo a una visione economica delle relazioni (che comporta le varianti della carriera, del successo, del mercato, del profitto a tutti i costi), a una concezione liberista della convivenza (con conseguente abbattimento dello Stato sociale in nome del Welfare che vale solo per chi ha i mezzi di procurarsi assistenza, salute, casa, tempo libero), a una presunta inesauribilità delle risorse (acqua, energia, suolo, aria).

Ma l’esito infausto non è per nulla scontato, anzi: diciamocelo. Non siamo necessariamente condannati a sopravvivere a noi stessi e, quanto agli altri, «si arrangino».

Anche per rimanere all’immagine di un dato materiale, la storia della terra e la geologia ci insegnano che esistono sempre giacimenti, falde, fiumi carsici da cercare e da esplorare. La storia di tanti uomini e di tante donne che poi hanno contribuito a costruire l’Italia libera in molti casi è nata dal caso, da un «eccomi» pronunciato al momento opportuno, quando la causa giusta ha chiamato. Dentro avevano la ricchezza della loro umanità e, in taluni casi, una fede.

Dire che la storia si ripete non è un luogo comune o un marchio negativo ma l’attestato di un corso. I giovani a Milano sono lì a ricordarlo anche a chi non li volesse stare ad ascoltare. Magari tale evoluzione comporterà battaglia. La affronteremo con chi vorrà e ci starà.

(segue)

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