Redazione

Vivere la vocazione vuol dire essere fedeli a questa scelta per sempre. Spesso le scelte definitive vengono viste come una prigione che impedisce la libertà. «Se penso al mio desiderio di definitività me lo immagino come il desiderio di una casa dove abitare. La casa è il luogo da cui parte e ritorna il cammino. La casa è la possibilità di ospitare gli uomini e le donne del nostro tempo con le loro domande e le loro scoperte. La casa è qualcosa che non si finisce mai di costruire e di sistemare». Ascoltiamo la testimonianza di un giovane seminarista.

di Davide Galimberti

Pensare che la vita sia vocazione non è cosa ovvia. Molti infatti, e soprattutto i giovani, pensano all’esistenza come a una specie di centro commerciale dove la regola è consumare il più possibile. Si divorano emozioni, esperienze, oggetti, sperando di pagare il meno possibile. L’uomo felice è l’uomo sazio. Si guarda con sospetto qualsiasi fame e si cerca di colmarla subito. Se però ci si fermasse un momento ad ascoltare la nostra fame e la nostra sete ci si accorgerebbe della verità che esse portano con sé. Esse ci parlano di un’apertura infinita alla gioia, di un desiderio di eternità, di un amore incondizionato. Per me è stato così. Nel silenzio di alcuni momenti ho potuto leggere e ascoltare il Vangelo di Gesù. È stata questa l’esperienza che mi ha fatto partire. Ho pensato che, se esisteva una realtà così bella e capace di consolare e incoraggiare, essa non poteva esistere solo per me ma andava comunicata. La vocazione è anzitutto un’apertura a una parola che ti fa uscire da te, dai tuoi schemi, troppo stretti per aprirti al respiro di Dio.

Solo allora da consumatori diventiamo cercatori. La chiamata non è indossare un paio di pantofole per tenere i piedi al caldo, ma è l’inizio di un cammino al seguito di Gesù. Camminiamo verso il mistero del crocifisso risorto cercando di dare carne alla sua Parola con le nostre umane fragilità. Il cammino è segnato da alcune “tappe” che scandiscono il passo e producono salti di qualità. Diventare prete oggi non è un fatto automatico ma implica una serie di passaggi, un mix di formazione e di “grazia”.

All’ingresso in seminario segue un itinerario di almeno sei anni, strutturato in due parti: il biennio di spiritualità a Seveso e il quadriennio a Venegono. In questi anni il giovane seminarista è avvicinato alla grazia del presbiterato anche da alcune celebrazioni: il rito di ammissione tra la seconda e la terza teologia, il Lettorato al termine della terza, l’Accolitato in quarta e il Diaconato all’inizio della sesta. Il Presbiterato è allora la maturazione di un cammino bello e libero dove si vive intensamente mettendosi in gioco e ricevendo molto.

Posso confermarlo ricordando il mio vissuto personale. I miei otto anni di seminario in effetti sono davvero stati anni – mi si passi il termine – “da urlo”. Molti immaginano il seminario come un luogo dove ci si estranea dalla vita, ma non è così. Mi riferisco anzitutto all’itinerario spirituale, in cui ho approfondito una relazione matura con il Signore; poi alla vita comune che mi ha portato a una conversione continua del mio modo di stare con gli altri e, infine, alle proposte di servizio pastorale e caritativo che hanno caratterizzato il mio cammino. Non credo che avrei incontrato e amato più persone se fossi stato altrove; questo è ciò che davvero conta.

Se ora guardo al futuro prossimo vedo che si profilano all’orizzonte il Diaconato e il Presbiterato. Sono queste le prossime tappe che la Chiesa ambrosiana mi donerà di vivere. Diventare prete non sarà allora la fine del cammino vocazionale ma significherà camminare nuovamente, in modo nuovo.

Vivere la vocazione vuol dire essere fedeli a questa scelta per sempre. Spesso siamo tentati di considerare le scelte definitive come una prigione che impedisce la libertà. Se penso però al mio desiderio di definitività me lo immagino come il desiderio di una casa dove abitare. Non c’è nulla di statico e soffocante nell’abitare una casa. La casa è il luogo da cui parte e ritorna il cammino. La casa è la possibilità di ospitare gli uomini e le donne del nostro tempo con le loro domande e le loro scoperte. La casa è qualcosa che non si finisce mai di costruire e di sistemare.

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